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graviano-filippodi Aaron Pettinari e Francesca Mondin - 29 aprile 2015
Il collaboratore di giustizia catanese per la prima volta parla delle responsabilità di Brancaccio
In tre interrogatori (tra il 2013 ed il 2012) non ne aveva mai parlato. Oggi il collaboratore di giustizia Giuseppe Di Giacomo in aula parla delle responsabilità del gruppo di Brancaccio nelle stragi raccontando quanto a lui riferito da Filippo Graviano (in foto) durante la detenzione. “In carcere - ha detto rispondendo alle domande dei pm - si lamentava del fatto che dopo l'arresto suo e del fratello Giuseppe nessuno tra Bagarella e Messina Denaro aveva continuato il fatto delle stragi. Mi disse che fuori c'erano persone, fedelissimi che erano pronti per qualsiasi cosa. Loro potevano disporre di queste persone. A chi si riferiva? Pizzo, Tutino, Spatuzza, Lo Nigro, Cannella, Tinnirello, Ciccio Tagliavia. Su Lo Nigro mi disse che ebbe un ruolo nel reperimento dell'esplosivo. Mi disse che le finalità delle stragi erano quelle di dimostrare la tracotanza di Cosa nostra. E dopo le stragi di Falcone e Borsellino furono adottate metodologie durissime rispetto alle leggi contro le mafie e per questo si doveva andare avanti. Mi parlò anche dell'attentato a Costanzo del fatto che anche se non era morto non era un problema perché l'efficacia si era ottenuta e 'parlava di meno'”. “Su Capaci mi disse che c'erano delle persone impunite, lo stesso per via d'Amelio, se ne parlava perché c'era Pietro Aglieri che si lamentava delle stragi e parlava di dissociazione”. Tra i temi affrontati con Filippo Graviano anche quello dei collaboratori di giustizia: “Mi disse, riferendosi agli uomini che gravitavano la politica, che queste persone dovevano stare piuttosto attente. Finché il livello dei collaboratori era quello degli accoliti e dei sottocapi non c'era problema ma se a collaborare fossero stati qualcuno come lui o il fratello Giuseppe avrebbero avuto qualcosa da temere. Questo mi diceva”.
L'ex killer del clan Laudani ha anche parlato delle rivelazioni che raccolse da Gisueppe Lucchese: “Mi parlò di diversi omicidi. Metteva in relazione tra loro l'omicidio Cassarà, Mondo, Antiochia e altri. Li rivendicava come paternità nel sodalizio che lui rappresentava. Mi parlò anche di un omicidio commesso a Mondello dove c'era anche una donna incinta. Di questo mi parlò anche Graviano, perché c'era Lucchese che impugnava armi più lunghe di lui. Anche in questo caso Lucchese mi disse che in questi omicidi c'erano di mezzo persone non ancora individuate”.
In merito alla strategia stragista anche Gaetano Laudani e Santo Mazzei parlarono con il pentito. “Laudani si chiedeva che senso avesse tutto questo, capiva che quella era la fine – ha detto Di Giacomo – Ma comunque c'era questo tacito accordo con Santapaola. Così ci adoperammo nel 1992. I Santapaola uccisero l'ispettore Lizio, a Ribera i Capizzi si resero responsabili di Guazzelli, Messina Denaro di un assistente di polizia penitenziaria che era del gruppo mobile, e noi un carabiniere ad Acireale. C'era una strategia stragista precisa, come mi riferì poi Santo Mazzei. Al tempo 'Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, tutti potevano togliersi qualche sassolino dalle scarpe purché fossero organi istituzionali”. Quando il pm Olindo Dodero, ricordando la gravità di certi fatti, ha chiesto se di queste cose avesse mai parlato dentro i 180 giorni il pentito ha riferito di non esser mai entrato così nello specifico come oggi. “Mi prendo la responsabilità di questo. Io sono disposto a pagare per i miei errori e per questo sto dicendo tutto questo. Feci cenno al mio periodo di detenzione con Graviano ma non aggiunsi altro convinto che mi sarebbe stato chiesto qualcosa successivamente. Ci sono diverse cose che mi riaffiorano. Io pensavo che di volta in volta mi avremmo parlato di questo. Perché non sono entrato nel merito? Avevo parlato di tutti i miei omicidi, per questo, non per altro. Ci soffermammo per altri punti”. A quel punto però il pm Dodero: “Mi scusi ma stiamo parlando della strage di Capaci, questi sono fatti gravi, cose che un pentito deve dire immediatamente. Per favore, un po' di serietà”. E il pentito ha risposto: “Io chiedo scusa. Voglio che sia fatta luce e chiarezza. A me preme chiedere scusa a tutta la società civile per il male che ho fatto a tanti. Posso passare per uno sprovveduto ma non ho lacuna situazione di occultare o manipolare la verità. Mi scuso, se collaboro con la giustizia è perché sono mosso da senso di giustizia. Io voglio espiare le mie colpe. Lo faccio da 22 anni e sono disposto ancora per altri 22”.


Processo Capaci bis, pentito Di Giacomo: “Con la ‘vaddia’ c’era anche una donna”
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin - 29 aprile 2015

Affianco alla 'vaddia', il confidente del boss catanese Gaetano Laudani, c'era anche "una donna che trafficava droga con il Laudani". Continua la deposizione del pentito Giuseppe Di Giacomo al processo Capaci bis, in trasferta per l'occasione a Roma, presso l'aula bunker di Rebibbia.
"Quando Laudani mi fece richiesta di orologi d'oro da dare alla guardia mi chiese anche monili da donna che doveva dare alla moglie o alla consorte della vaddia. " "poi -ha continuato a raccontare il collaboratore di giustizia - sempre nel periodo '91 '92 venni a sapere che  la compagna di questo signore (la guardia, ndr) conosceva Laudani e faceva traffici cocaina". In riferimento alla preparazione militare di queste due persone, e al coinvolgimento della donna nelle stragi Di Giacomo ha detto di non sapere nulla o comunque di non ricordarsi. Sollecitato dalle domande del pm  l'ex killer catanese ha ricordato che la guardia, secondo le sue deduzioni, non sarebbe stata siciliana perchè, come detto nei verbali precedenti, "aveva fornito delle lance da fuoco e strumenti avanzati" che in Sicilia non c'erano ancora. A questo ha aggiunto che il Laudani gli riferì che "avevamo avuto delle armi da lui, mi diede una berretta modello 92, calibro 9 e mi disse che era un regalo della 'vaddia' che dovevo tenerla cara”.


Processo Capaci bis, pentito Di Giacomo: “Laudani mi disse che a Capaci c'era uno dei servizi segreti”
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin - 29 aprile 2015
Il potente boss Geatano Laudani, capo dell'omonima famiglia mafiosa catanese “disse che la 'vaddia' (in siciliano guardia, ovvero il poliziotto indicato dal pentito Di Giacomo come confidente del boss, ndr) apparteneva ai servizi segreti deviati 'questo è un pazzo sanguinario' adducendo che potesse avere ruolo diretto o indiretto alla strage di Capaci”. A riferire della convinzione del capomafia catanese sulla partecipazione nella strage di Capaci di un uomo appartenente alla polizia ed ai servizi segreti è il collaboratore di giustizia Giuseppe Di Giacomo. Il pentito, salito sul pretorio presso l'aula bunker di Rebibbia di Roma, dove il processo Capaci bis si sta celebrando in trasferta, ha poi aggiunto: “me lo disse prima della sentenza di luglio 92 del processo ai familiari di Gaetano Laudani accusati dell'omicidio Pace.. lui temeva che l'eccidio non avrebbe favorito l'esito di quella sentenza”. Rispondendo alle domande del pm, Olindo Dodero, Di Giacomo ha spiegato nel dettaglio il contesto:"Un giorno passai nella masseria di Laudani e vidi una motocicletta e sua mamma mi disse che era intento a interloquire con qualcuno allora me ne andai, non ricordo se serata o all'indomani lui mi disse che c'era stata a 'vaddia', e aggiunse 'talia sti pazzi che stanno combinando…pensa un po' io mi sto adoperando in tutti i costi perché si possa avere quiete invece..' era capitato l'eccidio di Capaci un mese prima circa e si lamentò del fatto che c'era stata la strage”.
A riguarda i pm hanno contestato il fatto che nei verbali del marzo 2013 non era stato detto che il Laudani aveva esplicitamente parlato della strage di Capaci, ma che era stata una deduzione di Di Giacomo che lo sfogo del boss fosse riferito alla strage. Contestazione alla quale alcuni avvocati difensori si sono opposti e a cui il pentito ha risposto dicendo: “io a volte vario il modo di spiegare le cose, forse non mi spiego bene, ma quello che esternò il Laudani è immutato, lui ebbe a lamentarsi di questa persona e disse 'sto cornutazzo con chi sta camminando..talia sti pazzi che stanno combinando? ' e menzionò il fatto che ci fu la strage di Capaci e che questa 'vaddia' era partecipante con qualche ruolo”.
Nel rispondere alle domande della pubblica accusa Di Giacomo, ex capomafia catanese dei Ludani ha aggiunto che la vaddia, guardia in gergo dialettale, era, a detta del Laudani, "un soggetto da temere perché carismatico e titolato.. un poliziotto che Laudani mi fece capire essere una persona che poteva avere contatti con i servizi segreti deviati”. Il collaboratore di giustizia però ha dichiarato di non aver ricevuto, da parte del Laudani, alcun riferimento sull'aspetto fisico o descrizioni fisiche e di particolari di questo misterioso personaggio delle forze dell'ordine, così come non gli ha mai detto come lo conobbe e che ruolo avrebbe avuto nella strage: “Io non facevo domande mi limitavo a prendere quello che mi diceva, non mi parlò del ruolo, Laudani era arrabbiato con questa guardia e disse 'vuoi vedere che uno di questi giorni gli vogliamo rompere i conna”. L'ex boss catanese ha anche riferito, ad inizio udienza, di altri due informatori delle forze dell'ordine: “Due carabinieri fedeli che nel '91, quando ci fu la nostra scarcerazione, erano in rapporto con Laudani… il primo lo chiamava mostro sanguinario e veniva ricompensato con soldi e lavori… faceva servizio presso piazza Verga - e ancora - l'altro carabiniere accompagnava quest'altro in piazza Verga”.

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