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di Miriam Cuccu - 23 settembre 2014

Al processo bis sulla strage di Capaci si continua a parlare degli oggetti rinvenuti in prossimità dell’”attentatuni” nell’autostrada, dove il 23 maggio ’92 fu ucciso il giudice Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo ed agli agenti di scorta. Si tratta di un sacchetto di carta, una torcia elettrica, un tubetto di mastice marca Arexons e dei guanti di lattice, a lungo ritenuti riconducibili agli uomini di Cosa nostra che parteciparono alla pianificazione della strage. Ora, dopo più di vent’anni, gli ultimi rilevamenti hanno permesso di ricondurre almeno un’impronta – quella dell’indice della mano destra – a Salvatore Biondo, uno dei boss già condannati per la strage, sulla pila inserita all'interno della torcia.

Per questo la Corte d’Assise di Caltanissetta ha ascoltato le testimonianze di Claudio Di Stefano e Cesarino Jaquinto, consulenti tecnici che hanno spiegato il procedimento svolto per identificare l’impronta di Salvatore Biondo, per la quale “è stata ritrovata la presenza di 16-17 punti” sufficienti in Italia per confermare l’appartenenza di un’impronta. “I frammenti trovati non presentavano ne caratteri generali, ne particolari, per operare un confronto. Non erano utilizzabili – ha specificato Jaquinto – mentre quello sulla pila presentava la possibilità di capire che tipo di impronta avevamo di fronte” grazie ad alcune operazioni di contrasto e di miglioramento della qualità delle impronte e delle immagini riferite ai reperti. Nel ’92, invece, gli strumenti a disposizione non erano stati sufficienti e su quei frammenti era stato emesso un giudizio di non utilità.

Ma sulla strage di Capaci sono ancora tante le circostanze inquietanti da chiarire. Come la presenza di un furgone bianco – un Maxi Ducato – notato il giorno prima sul luogo dell’eccidio da Francesco Naselli Flores, ingegnere palermitano (oggi deceduto) e cognato del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Flores aveva riferito di aver visto alcune persone “che stendevano cavi” nella tarda mattinata del 22 maggio ’92, fornendo anche l’identikit dell’uomo da lui notato, ma l’inchiesta finì in un nulla di fatto. Dalle ricerche svolte sulla targa del furgone viene identificato Gianpiero Cataldo, proprietario di un’attività del ravennate operante anche in Sicilia. Cataldo, però, rispondendo alle domande del pubblico ministero, esclude di aver subito il furto di uno dei suoi furgoni nel maggio del ‘92, e men che meno di aver svolto dei lavori, per conto dell’azienda, in prossimità del punto in cui l’autostrada veniva imbottita di cinquecento chili di tritolo. “Occasionalmente due furgoni, in parte cabina e in parte cassone, venivano usati per trasportare materiale, mentre gli altri erano solo per passeggeri, pulmini veri e propri” ha riferito Cataldo. L’udienza è stata dunque rinviata al 1° ottobre, giorno in cui avrà inizio la trasferta a Milano per l’audizione, nell’ordine, dei pentiti Antonino Giuffrè, Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza.

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