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I 57 giorni di Borsellino
Dopo aver ricordato l'operato svolto dal giudice a Palermo e a Marsala, l'emissione della sentenza ordinanza del maxi processo e le vicissitudini che portarono alla strage di Capaci, il 23 maggio 1992, l'avvocato Repici ha ripercorso quei 57 giorni che separano i due attentati: “Nel pomeriggio di sabato 23 maggio Paolo Borsellino cambiò. Da quel momento fu praticamente un'altra persona. I fatti da lui percepiti dal 23 maggio al 19 luglio, le sue valutazioni da quel momento hanno una misura diversa”. Cosa era accaduto? C'era stato l'omicidio di Salvo Lima, prima conseguenza di quel programma che Cosa nostra aveva portato avanti dopo la sentenza in Cassazione del maxi processo. “I pentiti – ha aggiunto – hanno raccontato delle riunioni, quella regionale di Enna e quella provinciale di Palermo per cui viene fissato un programma politico, delittuoso. Ad Enna viene deliberato il via alla campagna stragista che ha un diretto obiettivo politico, ovvero stravolgere gli equilibri che c'erano stati fino a quel momento e trovare altri alleati rispetto a quelli che si erano rivelati inaffidabili”. Repici ha sottolineato anche un altro dato “straordinariamente sorprendente”. Nella riunione di Enna, per la prima volta, Cosa nostra decide infatti che quei delitti vanno rivendicati: “Solitamente venivano depistati. Quella era la prima volta. Ed il nome scelto è quello di una sigla strana, di chiaro stampo politico, quello della Falange Armata. Una sigla che aveva già avuto una prima evocazione nell'aprile 1990. Data in cui un educatore penitenziario venne assassinato. Si tratta della rivendicazione dell'omicidio di Umberto Mormile. Una circostanza che dovrebbe far riflettere anche sulle vicende dell'applicazione del 41 bis, con un esponente della 'Ndrangheta, Antonio Papalia, che diede disposizioni di rivendicare quel delitto con il nome della Falange Armata”. Parole che assumono un valore ancora più grande se si considera che in aula, tra il pubblico, erano presenti anche il fratello e la sorella dell'educatore penitenziario, Stefano e Nunzia. Non c'erano, purtroppo, i pm. Un'assenza che si è fatta sentire e che si commenta da sola. “Dopo Enna c'è la riunione degli 'auguri di Natale – ha proseguito Repici – in cui si decide di eliminare i nemici di Cosa nostra ma anche gli amici non più tali. Il processo ha detto chiaramente che quella deliberazione venne conosciuta all'esterno addirittura da uomini dello Stato. Ad esempio da Calogero Mannino, ex ministro, che apprese che anche lui era tra gli obiettivi”.

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