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via-damelio-web1Depongono in aula Natoli, Aliquò, De Francisci, Scotti, Fici
di AMDuemila - 28 gennaio 2014
Dinanzi ai pubblici ministeri del processo Borsellino quater compare in qualità di teste Gioacchino Natoli, che a ridosso delle stragi del ’92 era sostituto procuratore a Palermo. “Poco dopo le stragi del '92, si respirava un'aria molto tesa alla Procura di Palermo” spiega rispondendo alle domande dei magistrati nisseni che si occupano della strage di via D’Amelio. La deposizione prosegue con la descrizione dell’incontro che Borsellino ebbe a Roma con il ministro degli interni Nicola Mancino – in quell’occasione il giudice aveva lasciato Palermo per avviare la collaborazione del pentito Gaspare Mutolo – nel quale ricevette dal ministro appena insediato solo “una stretta di mano assolutamente informale”.

In merito alla collaborazione di Mutolo, Natoli specifica che l’allora procuratore di Palermo Giammanco intendeva affidare i colloqui dell’ex autista di Totò Riina ai magistrati Aliquò, Lo Forte e Pignatone, mentre al contrario “Gaspare Mutolo aveva manifestato la volontà di collaborare con la giustizia, ma intendeva rendere dichiarazioni solo a Paolo Borsellino” con il quale il procuratore “non aveva un buon rapporto”. Natoli – che ugualmente si occupò della collaborazione di Mutolo su richiesta dello stesso Borsellino – ricorda che il collaboratore “nel dicembre del ‘91 aveva avuto già dei contatti con Giovanni Falcone. Il primo interrogatorio di Mutolo risale al 1° luglio ‘92 e venne condotto da Borsellino e da Vittorio Aliquò”.
Sempre in occasione di quel colloquio Natoli conferma che “Borsellino fu costretto ad interrompere l'interrogatorio di Mutolo perché doveva recarsi a Roma per l'insediamento del ministro degli Interni, Nicola Mancino. Mentre era seduto in un salottino, apparvero Bruno Contrada – ex numero tre del Sisde, poi condannato per concorso in associazione mafiosa – e l'allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi. Nell'allontanarsi Contrada gli disse che sapeva che lui si stava occupando di Mutolo e che avendolo ascoltato in passato, di qualsiasi cosa avesse bisogno, poteva rivolgersi a lui”. L’episodio fece andare Borsellino “su tutte le furie” in quanto la notizia della collaborazione, appena iniziata, sarebbe dovuta restare sotto il massimo riserbo. Nei confronti di Contrada, racconta ancora il magistrato, Falcone “ci invitava ad essere prudenti” dato che non nutriva nei suoi confronti alcuna fiducia.
Parlando del rapporto mafia e appalti, il teste ha spiegato che “alla Procura di Palermo ritengo fosse arrivata una copia del rapporto, epurato di centinaia di intercettazioni. A Catania arrivò invece una copia più ampia alla quale erano allegate delle intercettazioni che contenevano delle responsabilità di tipo politico che a Palermo non furono consegnate. A Borsellino quel rapporto interessava per capire quale potesse essere stata la genesi della strage di Capaci” precisando che, dopo la morte di Falcone, aveva fissato un appuntamento con alcuni ufficiali del Ros per ritirare il dossier in questione.
L’esame prosegue con Vittorio Aliquò, allora procuratore aggiunto a Palermo nonché stretto collaboratore di Paolo Borsellino. Oltre a confermare sostanzialmente lo svolgersi dei fatti in merito all’incontro di Borsellino con il neoministro dell’Interno, al quale Aliquò stesso partecipò, il teste chiarisce l’episodio riguardante la mancata proroga dei provvedimenti di carcere duro ai primi di novembre del 1993, per volere del ministro di grazia e giustizia Giovanni Conso. “Ci giunse una lettera con l’elenco di circa 400 detenuti sottoposti al 41 bis – racconta Aliquò –  il cui termine per il carcere duro stava scadendo a decorrere dal 1° novembre”. La lettera arrivò ai magistrati, ai quali veniva richiesto un parere in merito, il 29 di ottobre. Per logici motivi “non avremmo potuto motivare” adeguatamente le considerazioni sul punto. Viene ad ogni modo ribadita “la nostra posizione decisamente contraria, che era la linea adottata dal nostro ufficio”.
L’avvocato generale di Palermo Ignazio De Francisci, che in passato lavorò fianco a fianco con Falcone e Borsellino nel pool antimafia degli anni ’80, ricorda in aula l’ultimo incontro avuto con Borsellino, il giorno prima della strage: “Lo incontrai nella stanza dell’allora procuratore Giammanco”. In quell’occasione “Paolo raccontò che aveva incontrato Gaspare Mutolo, il quale aveva iniziato a collaborare qualche settimana prima. Nel corso del loro colloquio Mutolo aveva reso delle importanti rivelazioni che avrebbe dovuto fare nel corso della verbalizzazione, facendo i nomi di Bruno Contrada e Domenico Signorino” (il giudice che si suicidò con un colpo di pistola alla tempia, ndr) parlando di personaggi delle istituzioni colluse con Cosa nostra. Su Contrada De Francisci non ha dubbi: “Falcone ne aveva una pessima opinione” tant’è che figurava tra i probabili nomi che a parere del giudice potevano celarsi dietro al fallito attentato all’Addaura, risalente al giugno 1989.
Dinanzi ai pm compare di seguito Vincenzo Scotti, allora ministro dell’interno (fino al 1992, quando venne nominato Mancino), che descrive la delicata situazione che il Paese viveva nei primi anni ‘90: “Dalla fine del 1991 – dichiara – c'erano delle informative, raccolte dalle forze di polizia e dai servizi segreti, secondo le quali ci sarebbe stata una campagna stragista, avendo ad oggetto uomini delle istituzioni. Venivano indicati attentati anche nei confronti di uomini politici, in particolare democristiani e socialisti”. “La lotta alla mafia – aggiunge, proseguendo la sua deposizione – iniziò con l'approvazione di un decreto legge, dell'8 giugno '92, ai limiti dell'incostituzionalità, firmato dall'allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Quel decreto, che Cossiga definì alla stregua di un 'mandato di cattura' impedì di liberare imputati già condannati al maxiprocesso”. Scotti parla poi dei suoi rapporti con Falcone e il ministro Martelli: “Nella lotta alla mafia ottenni, fra il '90 e il '92, la collaborazione del ministro della Giustizia, Claudio Martelli e del giudice Giovanni Falcone, che era alla direzione generale degli affari penali al ministero. Vennero adottate diverse misure che subirono resistenze, contrasti e anche delle modifiche in Parlamento. Contrasti insorti per il maxiprocesso e per i metodi da adottare nella lotta alla mafia”.
Ultimo testimone dell’udienza è Giuseppe Fici, pm della Direzione distrettuale antimafia a Palermo. Quando nel ’92 venne applicato a Trapani ebbe modo di raccontare al giudice Borsellino, con il quale negli anni aveva instaurato un rapporto confidenziale, alcune rivelazioni rese da Falcone in merito alla bomba all’Addaura: “Questi signori devono capire che io ho capito ma devono lasciarmi in pace” così Fici si sentì dire da Giovanni Falcone, alcuni giorni dopo il fallito attentato. Fici fu il depositario di un’altra confidenza del giudice, nei mesi successivi, quando Falcone parlando dell’omicidio Cassarà disse: “Solo tre persone dall’interno della questura, avrebbero potuto comunicare all’esterno il suo spostamento – il poliziotto è stato ucciso mentre faceva ritorno alla sua abitazione – e cercare di capire chi era delle tre è stato come toccare i nervi scoperti della mafia”. Sempre parlando di quelle “menti raffinatissime” celate dietro le stragi di Cosa nostra, Falcone commentò: “Siamo al di là di ogni più fantasiosa immaginazione”. Il teste parlò delle confidenze ricevute con Paolo Borsellino nel corso di un incontro svoltosi nella sua stanza alla Procura di Palermo, fra il 15 e il 18 giugno del '92.

In foto: le auto in fiamme e devastate dall'esplosione in via D'Amelio

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