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borsellino-via-damelio-big0di AMDuemila - 21 dicembre 2013
Per l’ultima udienza di quest’anno i pm di Caltanissetta che si occupano del processo Borsellino quater hanno richiesto l’esame dei testi Paolo Giordano e Carmelo Petralia. Due magistrati che insieme ad altri pm all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio presero parte alle indagini che puntavano a svelare i retroscena dei due eccidi nei quali morirono Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte. Un pool investigativo, coadiuvato dal gruppo composto da soggetti appartenenti alle forze dell’ordine – nominato proprio “Falcone e Borsellino” con una quarantina di funzionari, ispettori e agenti – diretto dall’allora capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera che imboccò la pista offerta da Scarantino, Candura e Andriotta. Tre sedicenti collaboratori che, di fatto, contribuirono al colossale depistaggio che permise di occultare la verità sulla strage di via D’Amelio.

La svolta la diede il superpentito Gaspare Spatuzza, che grazie alle sue deposizioni fece cadere l’ipotesi investigativa fondata sui tre falsi collaboratori di giustizia che in seguito sostennero di aver subito minacce e pressioni da parte dei poliziotti per affermare il falso.
Paolo Giordano, che fu procuratore aggiunto a Caltanissetta, rispondendo alle domande del pm Gozzo ha descritto gli assetti della procura nissena, diretta dal procuratore Tinebra dal luglio 1992, al momento del suo arrivo, l’8 giugno del 1992. Un ufficio “con notevoli lacune organizzative, nonostante già si occupasse della strage di Capaci”. In seguito subentrò la collaborazione del pentito Leonardo Messina “che diede uno spaccato sulla criminalità organizzata di Caltanissetta e di Enna, un nuovo filone d’indagine ricco di spunti” del quale il procuratore aggiunto si occupò in larga misura.
Giordano ha dichiarato che nei confronti di La Barbera, vera guida della pista investigativa, esisteva un vero e proprio “rapporto di affidamento, una fiducia nella sua elaborazione investigativa e nelle ipotesi da lui formulate per la conoscenza che mostrava dei fatti”. Ciononostante “ci rendevamo conto che questo segmento esecutivo della strage via D’Amelio, il procacciamento dell’autovettura – la 126 imbottita di tritolo – il riempimento dell’esplosivo, il suo trasferimento sui luoghi della strage era stato assunto da un gruppo di persone che non rivestivano un ruolo di eccellenza in Cosa nostra”. C’erano quindi non poche perplessità in merito. Sul punto però “Arnaldo era convintissimo”. E riguardo le dichiarazioni di Scarantino: “C’era una divergenza tra noi e Palermo, che non aveva dato credibilità a Scarantino, mentre noi avevamo accolto la tesi della frazionabilità delle dichiarazioni, se trovavamo un riscontro esterno le portavamo avanti”.
Carmelo Petralia, procuratore di Ragusa e collega dell’aggiunto Giordano al tempo delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ha descritto le fasi iniziali della pista investigativa: “All'indomani della strage di via d'Amelio, alla Procura di Caltanissetta arrivarono richieste di collaborazione da tutto il mondo, anche dall'Fbi. Alla fine di dicembre di quell'anno, si svolse un incontro all'hotel San Michele, a Caltanissetta, in cui era presente anche un gruppo del Sisde. Fra loro c'era anche Bruno Contrada”, l’ex numero 3 del Sisde. “L'organico alla Procura di Caltanissetta – ha proseguito il teste – era carente all'epoca.
Collaboravamo con la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera. C'era anche Gioacchino Genchi che era il suo più stretto collaboratore. Fra i collaboratori sui quali La Barbera puntava, c'erano anche Ricciardi, Bo e Salvatore La Barbera". I funzionari di polizia Vincenzo Ricciardi e Mario Bo, comparsi davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta lo scorso 26 novembre, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere in quanto imputati di reato connesso.
Petralia ha aggiunto che “durante gli interrogatori di Candura e Valenti – altro ex collaboratore, coinvolto nelle indagini sul furto della vettura utilizzata come autobomba in via D’Amelio, ndr – non c'erano comportamenti anormali da parte delle forze di polizia. Non erano collaborazioni né semplici, né cristalline ma ci aiutavano ad aggiungere qualche tassello in più alla nostra ipotesi investigativa”.
Il procuratore di Ragusa ha evidenziato “vari momenti e punti di criticità nelle loro dichiarazioni. Nell’ansia di sfruttare una prima pista che si cominciava a delineare con un minimo di futura utilizzabilità, parlando di una fase propriamente più esecutiva della strage, non mollavamo alla prima incongruenza o al primo punto di possibile incoerenza con altri dati”. Su Candura e Valenti “avevamo non solo perplessità ma anche un certo ‘fastidio’ nel poter ammettere che una parte della fase esecutiva di una strage come quella di via D’Amelio potesse essere ricondotta a un segmento di operatività di soggetti di questo genere”. E parlando di Vincenzo Scarantino: “Le perplessità in procura erano all’ordine del giorno, c’erano momenti di palese incongruenza ed incoerenza, una non compatibilità con collaboratori accreditati, ma anche alcune fonti di riscontro che si stavano individuando”. Che avrebbero portato all’insabbiamento della verità ancora per molto tempo.

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