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Nonostante si compissero precedenti, riservate verifiche interne per accertare che queste riunioni non riservassero «sorprese», spesso ciò era inutile e nel momento che si salutava la famiglia per recarsi all’incontro si pensava sovente che quella poteva essere l’ultima volta che si vedevano i propri cari, ma non ci si poteva sottrarre, per non accreditare nei complici una propria responsabilità nell’oggetto del confronto.
Era sempre l’amico più fidato che ti accompagnava ed era anche quello che poi ti avrebbe tradito, da qui anche uno dei suoi insegnamenti «...Colonnello in Sicilia gli affiliati a Cosa Nostra si uccidono o si vendono».
Il carcere duro, (era detenuto all’Asinara sottoposto al regime dell’art. 41 bis) l’amara considerazione che l’aver sempre osservato con serietà le regole comportamentali di Cosa Nostra di cui anche suo padre, vecchio e mafioso di elevato livello, ne era un fermo seguace, nonché duro e intransigente insegnante, lo avevano invece condotto a vedere i suoi cari incorrerere lentamente nelle più elementari difficoltà anche umane, sempre più dimenticati da tutti, compresi quei ricchi parenti, i Madonia di Caltanissetta e i Tusa, affannati ad incrementare, diversificare e nascondere, come sempre agli occhi di «tutti», gli illeciti guadagni.
La Cosa Nostra conosciuta, ammirata e temuta era ormai un nebuloso ricordo. Era mortificante pensare che suo padre, fedele amico di Liggio e dei Corleonesi, un tempo  ospitava con tranquillità e indifferenza, nell’azienda di campagna di Lentini, ora affermati imprenditori ed alti esponenti delle Istituzioni, ora l’amico Bernardo Provenzano già latitante, adesso era dimenticato, mentre uno sconosciuto, l’ultimo arrivato nella «Famiglia», quale fratello della moglie del cugino Piddu Madonia, improvvisamente ostentava macchine lussuose e ricchezza frutto di tante loro «tragedie».
Nel carcere di Lecce, dove era stato da poco trasferito, e luogo dei nostri primi incontri, attenti a non destare sospetti nei compagni di detenzione quali Drago Ferrante Salvatore, siciliano di Bagheria, ricordo il fuggente pudore con il quale mi mostrava alcuni fogli di carta, affollati di disegni che mi spiegava erano i progetti dei lavori che, un giorno non lontano, avrebbe voluto compiere nella propria casa di Lentini, ora trascurata, per migliorate le condizioni di vita del padre, delle figlie e di quella seconda moglie che lo aveva costantemente e amorevolmente sostenuto, pur consapevole, di non essere accettata dal suocero per quelle regole di Cosa Nostra che, vecchio dinosauro, si ostinava ad ossequiare.
L’amore dei propri cari che gli erano stati sempre vicini, gli avevano fatto comprendere i veri valori per cui era giusto vivere e lottare, quei pezzi di carta, con quei disegni più volte cancellati e modificati, avevano sostenuto e alimentato la speranza di raggiungere e dare loro una vita diversa. Era anche questo il capo mafioso di una delle più vecchie e temute «Famiglie» di Cosa Nostra che avevo conosciuto in quel carcere e con il quale avrei affrontato una delicata e importante indagine su Cosa Nostra.
Principale obiettivo dell’inchiesta per la quale l’Ilardo si era riservatamente rivolto al Dr. Gianni De Gennaro, allora vice direttore della DIA, era di dare avvio ad un’indagine giudiziaria, destinata a scoprire gli autori e i mandanti, anche istituzionali, di quei noti attentati stragisti degli anni ‘90 dei quali affermava di conoscere molti degli attori e impedire il proseguimento di quella criminale strategia e non una «trattativa». 
Le Istituzioni di cui eravamo i «rappresentanti», oltre agli esiti giudiziari, avrebbero anche visto inevitabilmente la collaborazione giudiziaria dell’Ilardo, con l’assunzione di ulteriori responsabilità, nonostante avesse quasi del tutto terminato la pena (16.10.1997) per i reati per i quali era ristretto.
Lo Stato, come era dato, non poneva in essere trattative che sarebbero state pericolose, ambigue e sinonimo di sconfitta, ma solo quello che prevedevano i Codici e i Regolamenti. 
Molti di quegli oscuri attori, come rappresentava Ilardo nella sua iniziale segnalazione, appartenevano ad un variegato contesto, di cui, in seguito, avrebbe fornito indicazioni più precise e del quale facevano parte anche affiliati alla Massoneria e indicava i nomi di tale Ghisena Gianni, ucciso nel 1981 nel carcere di Fossombrone e di Savona Luigi.
Il nominativo di quest’ultimo personaggio attirava la mia attenzione per essere già emerso nell’ambito di indagini condotte molti anni prima al tempo del mio servizio alle dipendenze del Gen.Carlo Alberto dalla Chiesa e dall’allora Ten. Col. Bozzo Nicolò, ora Generale, vedi caso Sogno e attentati dinamitardi degli anni ‘74-’75 in Savona, denuncia del Dionigi G.

Michele Riccio
fine prima puntata.

(Per ulteriori informazioni sulla vicenda di Ilardo, consulta il nostro sito www.antimafiaduemila.com utilizzando il motore di ricerca interno)




BOX1
Piena attendibilità


Nella motivazione della sentenza del processo «Grande Oriente» i giudici di primo grado hanno riconosciuto assolutamente valide le lettere che Gino Ilardo ha ricevuto da Provenzano e consegnato al colonnello Michele Riccio durante i due anni di confidenze. Ucciso proprio prima di rendere formale collaborazione con la giustizia, fece appena in tempo ad incontrare i magistrati di Caltanissetta e Palermo. I documenti da lui consegnati alle autorità, le missive indirizzate e provenienti dal Provenzano stesso, hanno permesso agli inquirenti di approfondire in maniera determinante le investigazioni circa la fitta rete di protettori e fiancheggiatori che continua ad infittirsi attorno al boss latitante.

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