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La rubrica di Saverio Lodato

La rubrica di Saverio Lodato

Casa del Sole / Giulietto Chiesa

La Democrazia è in pericolo

“Il sistema criminale integrato”

 

 di Giorgio Bongiovanni

“Sappiamo da anni che la produzione dei rifiuti è gestita direttamente o indirettamente dalla camorra, avevamo chiesto una legge che consentisse di procedere nei confronti delle imprese coinvolte contestando i reati associativi come il 416 o il 416 bis, in modo da poter svolgere vere e proprie indagini con intercettazioni telefoniche”. “Invece i forti interessi che sono a monte di questa holding che gestisce decine di miliardi ha fatto sì che l’Italia non sottoscrivesse neppure la Convenzione europea. In questo modo gravissimi crimini contro l’ambiente restano impuniti. Credo che ci sia una filiera tra la criminalità organizzata e certi settori dell’imprenditoria”. Le dichiarazioni qui riproposte sono del Procuratore Nazionale Antimafia Pier Luigi Vigna, intervenuto al convegno sulle ecomafie tenutosi lo scorso 5 marzo a Roma e nel corso del quale è stato presentato il “Rapporto Ecomafia 2001” di Legambiente. Nel documento si parla di Sicilia e Mezzogiorno come di pattumiere radioattive, di discariche tossiche estremamente pericolose utilizzate da grosse multinazionali per lo smaltimento di rifiuti altamente inquinanti specificando che tale traffico illecito è naturalmente gestito da organizzazioni criminali come Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Una situazione in tutto simile a quella già presentatasi in molte zone dell’Africa e in particolare in Somalia, Malawi, Zaire, Sudan, Eritrea, Algeria e Maghreb, così come è riportato nel “Rapporto sullo stato della sicurezza in Italia” del Ministero dell’Interno. “L’interesse della mafia per lo smaltimento illecito dei rifiuti è provata – ha dichiarato il procuratore di Palermo Pietro Grasso -. Un boss mafioso intercettato nell’ambito di un’inchiesta della procura di Palermo, affermava: “’Ntrasi monnizza e nnesci oru””. E riallacciandosi alle parole di Vigna, Grasso ha accusato la mancanza di leggi che permettano un intervento dei Pm, “segno evidente della mancanza di volontà politica che è anche un segnale dell’interesse imprenditoriale che fa da interfaccia a quella mafiosa”. L’impunità dei mafiosi impegnati nel traffico illecito di rifiuti pericolosi è infatti garantita dalla mancanza di leggi penali che regolino tale “commercio” ed è vergognoso non poter definire “isolato” il caso in questione. C’è un’altra legge che da anni aspetta di essere varata ed è quella che prevede lo sbloccamento delle rogatorie dell’Italia alla Svizzera per la quale si erano battuti in particolar modo i giudici Giovanni Falcone e Carla Del Ponte. “E’ importante per il buon funzionamento della macchina della giustizia – ha recentemente dichiarato il senatore dei Ds Gian Giacomo Migone -, ma anche perché la politica deve rinunciare ai “santuari” non più inviolabili della vicina Confederazione elvetica”. La speranza è che la normativa, in questi giorni discussa in sede referente in una seduta congiunta delle commissioni Giustizia e Affari esteri del Senato possa essere presto approvata. E per quanto invece concerne le leggi già ratificate la situazione non è certo più allegra, basti pensare alla recente legge sui pentiti (della quale leggerete all’interno di questo numero) che non sembra voler invitare alla collaborazione; alla circolare Bianco, che ha notevolmente ridotto il numero di uomini di scorta e ha eliminato i presidi fissi sotto le abitazioni di soggetti a rischio di attentati mafiosi - e qui sottolineiamo la recente decisione del ministero dell’Interno di lasciare il procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria Salvatore Boemi, il Giovanni Falcone calabrese nel mirino della ‘ndrangheta, con due soli uomini di scorta e una macchina (e ricordiamo ancora una volta che la strage di Via D’Amelio fu messa a punto nel momento in cui venne eliminato il presidio sotto l’abitazione del giudice Borsellino); alla legge sulle attività investigative difensive della quale ha parlato il procuratore capo di Torino Marcello Maddalena, in occasione della presentazione del libro “Perché fu ucciso Giovanni Falcone”, di Luca Tescaroli, svoltasi nella città torinese lo scorso 22 febbraio. “L’ultima legge sulle attività investigative difensive – ha spiegato Maddalena - prevede le attività investigative preventive, cioè la possibilità che Totò Riina, o chiunque come lui, possa incaricare il suo avvocato di fare indagini a suo favore, prima ancora che ci sia davanti all’autorità giudiziaria una notizia di reato. Non solo, ma con obbligo del difensore di riferire l’esito delle sue indagini al cliente. Il che significa che se per esempio un mafioso ha preso materialmente parte ad un omicidio ha il diritto, secondo l’ultima legge entrata in vigore il 18 gennaio, di fare sentire i testi al suo difensore, i quali testi hanno l’obbligo penalmente sanzionato di dire la verità al difensore di Totò Riina, che poi riferirà a Totò Riina...  ... o a chi per lui se questo teste ha riconosciuto chi ha commesso l’assassinio. Al resto ci penserà Totò Riina”. Ai problemi sin qui elencati si aggiunge quello relativo alla giurisprudenza della Cassazione che cambia di continuo rendendo così pressoché impossibile la lotta alla mafia. L’arresto di mafiosi latitanti, di spacciatori di droga, di estorsori è importantissimo ma non rappresenta quella grande operazione antimafia che le cronache esaltano. Con questo non si vuole sminuire l’importanza degli arresti, soprattutto di quelli ai quali in questo ultimo periodo abbiamo assistito, ma non è possibile confinare la lotta alla mafia a simili operazioni poiché sono molti i giudici “ammazzasentenze” che in un attimo annullano il lavoro dei magistrati. Seguendo tale ragionamento ci sentiamo di affermare l’estrema pericolosità dell’attesa creata dalla stampa nazionale in merito al sempre più vicino arresto del boss Bernardo Provenzano, attuale capo di Cosa Nostra. Non sarà infatti la sua cattura a determinare la fine del potere mafioso come nel 1993 la cattura di Totò Riina non provocò la sconfitta di Cosa Nostra. E questo anche perché dietro alla sua latitanza si nasconderebbero poteri forti e personaggi ad altissimo livello. Il pentito Salvatore Cancemi, durante una delle sue deposizioni al processo d’appello per la strage di Capaci, nel ‘99, ha dichiarato di essere a conoscenza che uno dei tre grandi latitanti corleonesi (Riina, Bagarella, Provenzano) era in contatto con i servizi segreti e abbiamo ragione di credere che questo personaggio fosse proprio Bernardo Provenzano. In ogni caso la rivelazione del collaboratore di giustizia la dice lunga sugli appoggi di cui questi grandi criminali potrebbero godere e ci chiediamo se non si tratti degli stessi loschi figuri che si nascondono dietro le grandi stragi di mafia e che il procuratore Vigna ha in passato definito i “mandanti dal volto coperto”. O degli stessi che permettono alla mafia di muoversi quasi indisturbata e di organizzare operazioni come quella del riciclaggio di denaro sporco, che secondo l’ultimo rapporto della Confesercenti frutterebbe alla criminalità organizzata 300.000 miliardi o quella relativa all’appalto per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina che rappresenterebbe per la mafia un affare da 4.000 miliardi di lire. E intanto sembra che i capimafia in carcere abbiamo richiesto sconti di pena e migliori condizioni di detenzione in cambio della dissociazione dall’organizzazione, evitando così il 41 bis.Su questi motivi e su altri basiamo il nostro timore che la democrazia italiana sia in pericolo. Il “sistema criminale integrato” garantisce ai potenti criminali impunità e solo a pochi cittadini il benessere di cui la maggior parte non può godere. E’ inoltre alla causa del grande inquinamento e dello sfruttamento ambientale che porteranno al collasso le future generazioni. E’ già avvenuto in Colombia, in America Latina e anche in Russia dove, come ci dicono sociologi come Fitunin, i padrini della mafia sono diventati i padrini della nazione. Speriamo che ciò non possa mai accadere nel nostro Paese. Per il momento, l’unica cosa certa è che né il cavaliere Berlusconi, né l’ex sindaco Rutelli, entrambi candidati premier alle prossime elezioni, hanno fino ad oggi dedicato un solo dibattito politico, un solo intervento televisivo, una sola dichiarazione a qualsiasi mezzo di comunicazione al problema della lotta alla criminalità organizzata. Forse non hanno nemmeno mai pronunciato l’espressione “lotta alla mafia”.Illustri onorevoli, do you remember mafia?

ANTIMAFIADuemila
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