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La rubrica di Saverio Lodato

docufilm strage borsellino 23
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quarantanni di mafia 312x mobile

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travaglio marco c imagoeconomicadi Marco Travaglio
Anche nel 25° anniversario delle stragi, come nei 24 precedenti, le commemorazioni per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta hanno seguito un copione diverso, anzi opposto, a quelle di 57 giorni prima per Giovanni Falcone e i suoi angeli custodi. Per Falcone scendono e pontificano regolarmente a Palermo i vertici dello Stato, che invece per Borsellino si limitano a qualche fervorino di circostanza da Roma. Perché questa plateale disparità di trattamento nel ricordo di due giudici che, da quando sono morti ammazzati, viaggiano sempre in coppia come Stanlio e Ollio? Il motivo appartiene all’inconscio, al non-detto dello Stato. La strage di Capaci è facilmente spiegabile con la prava volontà di Cosa Nostra di liberarsi del suo nemico pubblico numero uno e di vendicarsi, tramite lui, dei politici che l’avevano tradita ingaggiandolo nel governo Andreotti e violando un patto di non aggressione pluridecennale. Che poi la strategia stragista pianificata da Riina&C. a dicembre del 1991, nel timore (poi rivelatosi fondato) che stavolta gli amici di Roma non avrebbero fatto nulla per aggiustare la sentenza del maxiprocesso in Cassazione, abbia avuto suggeritori e consulenti istituzionali (uomini dei servizi e loro amici della destra estrema e della P2), lo sanno solo pochi addetti ai lavori.
Dunque Falcone è il testimonial ideale della rappresentazione oleografica e telegenica dell’eterno derby Stato-Antistato: da una parte i cattivi e dall’altra i buoni, senza fastidiose “zone grigie” a guastare l’edificante quadretto. Borsellino no: per via d’Amelio è impossibile parlare di mafia senz’aggiungerci “Stato” e “trattativa”. Due parole scolpite a caratteri cubitali nel doppiofondo della coscienza lurida delle istituzioni, che non lo ammetteranno mai, aduse come sono a reprimere le voci di dentro, negando pure l’evidenza. Ma sanno tutto. Perciò, a ogni 19 luglio, si tengono a debita distanza da via d’Amelio: alcuni per nascondere una coda di paglia lunga da Roma a Palermo, altri per proteggersi con un’inconscia rimozione collettiva della memoria che neppure un genio della psicanalisi riuscirebbe a sbloccare.
Le sentenze di Cassazione che riempiono di ergastoli i mandanti diretti e agli esecutori materiali delle stragi parlano di via d’Amelio come di un’“improvvisa accelerazione”: Borsellino, nel piano stragista, fu un fuori programma dell’ultimo momento. Eliminando prima Lima, poi Falcone, di lì a poco Ignazio Salvo e terrorizzando altri bersagli politici come Andreotti e Mannino, Cosa Nostra aveva già raggiunto i suoi obiettivi.
Punire i “traditori” (Andreotti si era giocato il Quirinale) e costringere lo Stato a trattare. La Dc escluse dal governo Amato il ministro dell’Interno Scotti e il Ros corse da Ciancimino a proporgli una trattativa con Riina. Il quale di lì a poco consegnò il papello con le richieste allo Stato. Intanto la maggioranza di governo, che sull’onda dell’emozione per Capaci aveva varato il “decreto Falcone” sul 41-bis, l’aveva poi avviato sul binario morto, “dimenticandosi” di convertirlo in legge: senza nuovi attentati, il carcere duro sarebbe definitivamente evaporato a inizio agosto. Perché Riina decise di svegliare il cane che dormiva con l’“accelerazione” del 19 luglio, col risultato suicida di costringere il Parlamento, sotto la pressione dell’opinione pubblica, a convertire la norma che più terrorizzava i suoi detenuti? Perché, se voleva eliminare Borsellino, non attese due settimane, fino allo spirare di quella che tuttoggi è la prima ossessione dei boss? C’è un solo fatto nuovo, fra Capaci e via d’Amelio, che può spiegare il cambio di programma: la trattativa Stato-mafia, che doveva restare segreta e invece giunse all’orecchio di Borsellino, informato dal ministro Martelli tramite la giudice Ferraro. Borsellino, grazie anche ai primi pentiti che dopo Capaci iniziavano a parlare, iniziò forsennatamente a indagare sull’immondo negoziato, incontrando anche i vertici del Ros e il neoministro Mancino. Qualcuno (non in Cosa nostra: nello Stato) seppe che era arrivato a tali livelli che non si poteva lasciarlo vivere un giorno di più.
Infatti nel garage dove l’autobomba fu imbottita di tritolo assisteva alle operazioni un uomo ben vestito che i killer non conoscevano. Infatti, subito dopo l’esplosione in via d’Amelio, dalla borsa carbonizzata nell’auto devastata di Borsellino una mano sapiente (non mafiosa, ma statale) asportò l’agenda rossa dove il giudice annotava le sue indagini. Infatti la moglie del pentito Di Matteo, intercettata, dopo il rapimento del figlio (poi sciolto nell’acido), implorò il marito di non nominare mai gli “infiltrati” dello Stato. Infatti, pochi mesi dopo, non la mafia, ma la polizia confezionò un falso colpevole pentito, Enzo Scarantino, da dare in pasto ai pm di Caltanissetta per nascondere i veri colpevoli della strage (un depistaggio di Stato che ieri il presidente Mattarella ha incredibilmente derubricato in una serie di “troppi errori nelle indagini”). Tutto quel che venne dopo - la “cattura” di Riina e la mancata perquisizione del suo covo da parte del Ros, il ribaltone alla direzione delle carceri per passare dal carcere duro al carcere molle, le stragi del ‘93 per piegare lo Stato a nuovi cedimenti, la revoca del 41-bis per 334 mafiosi, le mancate catture di Bagarella e Provenzano sempre a opera del Ros, l’assassinio del boss provenzaniano Luigi Ilardo subito dopo la decisione di svelare le collusioni degli apparati deviati (notizia nota solo a uomini dello Stato, non della mafia) - fu solo la naturale conseguenza di quanto accaduto prima. Per questo oggi lo Stato evita di avvicinarsi a via d’Amelio: se l’avesse fatto anche 25 anni fa, Borsellino sarebbe ancora vivo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica

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