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quarantanni di mafia 312x mobile

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travaglio marco web32di Marco Travaglio
Siccome i nostri lettori da due mesi sanno quasi tutto dello scandalo Consip, immagino il loro smarrimento dinanzi ai telegiornaloni, soprattutto Rai, che l’hanno scoperto all’improvviso l’altroieri con l’arresto di Romeo e le perquisizioni di Bocchino, Russo e Gasparri. Dunque il loro approccio è lo stesso dei bambini di montagna che vedono per la prima volta il mare, o dei profughi africani che vedono per la prima volta la neve: faccia sbigottita, occhi sgranati, boccuccia a cul di gallina, si muovono con circospezione e non sanno bene dove mettere le mani e i piedi. I nostri mezzibusti invece non sanno quali parole usare. E, nel dubbio, usano continuamente l’aggettivo “presunto” e i verbi al condizionale. Nulla è, tutto sarebbe. Manca poco che diventi presunto pure il padre di Renzi, in base all’antico adagio “mater semper certa, pater numquam”. Ora, oltreché sull’altissima probabilità che Tiziano Renzi sia il padre di Matteo, e per la proprietà transitiva Matteo Renzi sia il figlio di Tiziano, vogliamo rassicurare i colleghi su una serie di fatti certi che, volendo, li autorizzano ad abolire l’aggettivo “presunto” e a passare dal condizionale all’indicativo.

1. Salvatore Romeo finanziò la fondazione Open di Renzi con 60 mila euro, così come molti altri partiti ed esponenti politici.

2. Romeo è indagato tra Napoli e Roma per concorso esterno in associazione camorristica e corruzione.

3. Romeo ha versato 100 mila euro in 3 anni al manager Consip Marco Gasparri (che ha confessato e restituito il maltolto, subito sequestrato) per essere favorito nell’aggiudicazione degli appalti.

4. Romeo vantò con Gasparri l’appoggio del “massimo livello politico” (ai tempi del governo Renzi), dopo aver incontrato più volte Tiziano Renzi e il suo mediatore Carlo Russo da Scandicci che lo raccomandarono in Consip. E siglò su un pizzino i loro nomi e le cifre da corrispondere (“30.000 per mese T.”, “5.000 ogni 2 mesi R.C.”), oltre a una nota su un incontro col tesoriere renziano Bonifazi per l’acquisto dell’organo del Pd l’Unità. Non sapremo mai se i pagamenti e l’affare si sarebbero concretizzati, perché l’indagine fu rovinata sul più bello da varie soffiate.

5. Tiziano Renzi e Russo incontrarono più volte anche l’ad di Consip, Luigi Marroni, nominato da Renzi, per raccomandargli Romeo e una ditta vicina a Verdini.

6. Luca Lotti inviò un sms a Michele Emiliano, governatore pugliese e segretario regionale Pd (allora renziano), per spronarlo a incontrare Russo che progettava un affare con Romeo e papà Renzi. Questo: “(Russo) ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo”. Anche Tiziano Renzi inviò messaggi a Emiliano per ottenere un incontro, che però non ci fu.

7. Quando i pm di Napoli e i carabinieri del Noe iniziano a indagare e/o pedinare e/o intercettare Romeo, gli uomini Consip, Russo e papà Renzi, varie fughe di notizie avvertono gli interessati, che smettono di parlare al telefono, poi a quattr’occhi, poi addirittura tramite pizzini, mentre Marroni fa bonificare gli uffici Consip dalle microspie.

8. Il presidente Consip Ferrara dice a Marroni che ad avvertirlo è stato il comandante dei carabinieri, Del Sette. Marroni dice ai pm che, oltreché da Ferrara, fu messo in guardia da altri tre amici di Renzi: il sottosegretario Lotti, il comandante dell’Arma in Toscana Saltalamacchia e il presidente di Publiacqua Vannoni. Quest’ultimo conferma ai pm che fu avvertito delle indagini da Lotti e che anche Matteo Renzi sapeva dell’inchiesta “segreta”, poi corre a Palazzo Chigi a spifferare a Lotti quel che ha raccontato ai pm, dicendogli - almeno secondo Lotti - che gli inquirenti l’hanno costretto a mentire. Quel che è certo, è che: la fuga di notizie ci fu; compromise le indagini; fu opera di soggetti istituzionali a conoscenza delle indagini top secret (ufficiali dell’Arma e/o loro referenti politici).

9. A parte Bocchino, tutti i protagonisti dello scandalo, accusatori e accusati, sono legati a Matteo Renzi: il padre (Tiziano), l’amico di famiglia (Russo), il finanziatore (Romeo), il fido ministro (Lotti), i fidi generali (Del Sette e Saltalamacchia) e manager (Marroni e Vannoni), l’antico sodale (Verdini). Ma tutti, accusatori e accusati, restano al loro posto e nessun accusato querela nessun accusatore.

10. L’unico dato incerto, per ora, è l’esito giudiziario dello scandalo: e cioè se i giudici riterranno sufficienti gli elementi raccolti dagli inquirenti e le accuse ora di corruzione, ora di traffico d’influenze illecite, ora di rivelazione di segreti e favoreggiamento, per processare e condannare i protagonisti. Quindi gli indagati possono legittimamente sostenere di non aver commesso reati. Ma né gli indagati e né i non indagati possono affermare di essere estranei ai fatti, cioè di non aver fatto né saputo nulla: perché montagne di elementi dimostrano che facevano e/o sapevano. Se lo negano, o ripetono di avere “già chiarito tutto”, mentono sapendo di mentire. E non è una bella cosa: stiamo parlando di affari e malaffari intorno al più grande appalto pubblico d’Europa, che vede coinvolti a vario titolo quasi tutti gli uomini di Renzi. Che, se non sapeva nulla (sarebbe l’unico, in tutto il suo giro), si dimostrerebbe un perfetto imbecille e un monumentale sprovveduto che non sa scegliersi un solo collaboratore corretto e affidabile, dunque non dovrebbe mai più fare politica. Se invece sapeva tutto o qualcosa, sarebbe complice degli altri compagni di merende, dunque non dovrebbe mai più fare politica. A meno che, si capisce, non fosse il figlio di Tiziano. Ma, puta caso, di Mubarak.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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