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La rubrica di Saverio Lodato

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Pace e guerra

scalfari eugenio c ansadi Marco Travaglio
Comunque la si pensi sull’esito del teleconfronto Zagrebelsky-Renzi, almeno un successo, anzi un trionfo, va riconosciuto al presidente emerito della Consulta: aver costretto Eugenio Scalfari a svelare finalmente ai lettori di Repubblica come la pensa sulla democrazia. Testuale: “L’oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum. Pessimo sistema è la democrazia diretta. La voleva un tempo Pannella, oggi la vorrebbero i 5Stelle di Grillo”. Il che, detto da uno che nel 1955 fondò il Partito Radicale proprio con Pannella e altri, poi creò un quotidiano chiamato non L’Oligarchia ma La Repubblica, è già un bel dire. Nella sua articolessa domenicale, Scalfari parte da Atene e Sparta, passa per le repubbliche marinare e arriva alla Dc e al Pci, retti a suo dire per 40 anni da oligarchie: “De Gasperi, Fanfani, La Pira, Dossetti, Segni, Colombo, Moro, Andreotti e De Mita” per la Dc e “Amendola, Ingrao, Pajetta, Napolitano, Iotti, Natta, Berlinguer e Togliatti” per il Pci. Ergo, “caro Zagrebelsky, democrazia e oligarchia sono la stessa cosa e ti sbagli quando dici che non ti piace Renzi perché è oligarchico. Magari lo fosse, ma sta ancora nel cerchio magico dei suoi collaboratori”. Dei quali, purtroppo, non fa parte Scalfari: basterebbe una telefonatina ogni tanto, e sarebbe perfetto.
 
Ovviamente, tra i lettori di Repubblica, abituati a considerarla il giornale più democratico del bigoncio, quella che è apparsa una conversione di Scalfari dalla democrazia all’oligarchia ha suscitato un certo sconcerto: ieri il direttore Mario Calabresi è corso ai ripari aprendo un “dibbbattito” per i lettori, già piuttosto scossi dall’apprendere, qualche giorno fa, che nel 1990 Scalfari s’era accordato con B. per “trattarlo come un socio”, ovviamente occulto, in cambio di uno sconto di 50 milioni (di lire) sulle spese legali del caso Mondadori. In realtà non c’è stata alcuna conversione: Scalfari è semplicemente uscito al naturale, mettendo nero su bianco ciò che ha sempre pensato della democrazia: gli elettori non contano nulla, le elezioni sono un fastidioso adempimento burocratico, purché poi si riuniscano nel salotto di casa sua De Benedetti, Draghi, Napolitano, il premier di turno e altri pochi eletti, e decidano per il nostro bene. Infatti nessun governo fu più gradito all’Eugenio degli ultimi tre, tutti nati all’insaputa degli elettori, anzi contro le elezioni del 2008 e del 2013, e usciti dagli alambicchi del mago Napolitano assistito dal vice-mago Scalfari.
 
Stiamo parlando di Monti, di Letta jr. e di Renzi (che, dopo le critiche iniziali, Scalfari paragona, per il suo presunto “ruolo” di “europeista”, a “De Gasperi, Ciampi, Prodi e Draghi”: e perché non a Bismarck?). Il guaio è che, ferratissimo in economia, l’Eugenio è un po’ deboluccio in storia. Quando spiega a quell’ignorantone di Zagrebelsky che “democrazia uguale oligarchia”, non fa che confermare la tesi del professore: e cioè che le “riforme” renziane ci trascinano dalla democrazia all’oligarchia. La Camera, con l’Italicum, sarà per i due terzi nominata da un pugno di capipartito (con i capilista bloccati). E il Senato, con la Costituzione targata Boschi & Verdini, sarà tutto nominato dagli stessi boss tramite i consigli regionali. Altro che lotta alla Casta: saremo sudditi di un’oligarchia mai eletta da nessuno, che risponde non si sa bene a chi ma non certo al popolo sovrano, si autonomina e si autoperpetua, e non è scalabile né contendibile: nessuno potrà cambiarla democraticamente con il voto, ma solo abbatterla con mezzi non democratici. L’esatto contrario di quel che racconta Scalfari a proposito delle classi dirigenti Dc e Pci, selezionate da milioni di voti: non con i referendum di Pannella, ma col sistema proporzionale che riproduceva in Parlamento e al governo l’esatta volontà degli elettori. Senza voti, i De Gasperi, i Togliatti, Moro, Berlinguer & C. non sarebbero esistiti. Certo, sappiamo bene che le democrazie, senza contrappesi, tendono a diventare oligarchie. Ma questa è una degenerazione da temere e da combattere, non un obiettivo da auspicare e perseguire.
 
La democrazia non è mai acquisita totalmente e definitivamente: è un traguardo che va inseguito ogni giorno, in una continua e faticosa tensione verso il meglio. Dal basso, non dall’alto. E alla luce del sole grazie a un’informazione corretta, non nelle segrete stanze al riparo da occhi indiscreti. Viceversa, l’oligarchia comanda da dietro le quinte perché non può mostrarsi: ciò che fa (soprattutto affari) non può dichiararlo, altrimenti la gente si incazza, non vota più o vota dall’altra parte, e magari smette pure di leggere Repubblica. Perciò l’oligarchia ha bisogno di facce presentabili, cioè di maschere imbellettate, per coprire il proprio volto “osceno” (ob scaenam, fuori scena). Così manda avanti portaordini, prestanome e prestafaccia per salvare le apparenze. Ieri, per nobilitare i delirii scalfariani, Nadia Urbinati tirava in ballo i padri della teoria delle élites. Ma bastava molto meno: il cartone animato della Disney Basil l’Investigatopo. Questi ha un rivale, il perfido Rattigan, un sorcio di fogna impresentabile che si traveste dietro abiti nobili ed eleganti e, per conquistare la corona d’Inghilterra, si fa pure fabbricare da un giocattolaio un robot-facsimile della regina Maustarda per farlo parlare al posto suo. Ma Basil lo smaschera, costringendolo a rivelarsi col suo vero volto di orrendo ratto. Vi viene in mente qualcuno? A noi un premier, uno a caso, che ripete continuamente “io ci metto la faccia”. Prima o poi sapremo anche per conto di chi.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Ansa

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