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Opinioni

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travaglio renzi la7 ANSA MASSIMO PERCOSSIdi Marco Travaglio
Siccome Renzi ha invocato il fact checking, cioè la verifica dei fatti su quel che ci siamo detti a Otto e mezzo, l’accontentiamo a pagina 2 con la lista completa delle sue bugie (necessariamente circoscritta al programma di Lilli Gruber, per esigenze di spazio). Ma c’è un aspetto che non rientra nel capitolo “balle”, perché è qualcosa di ancor più scorretto e sofisticato: il quesito che noi cittadini ci ritroveremo sulla scheda del referendum costituzionale. Quello attiene a un’altra categoria tipica dei magliari: la pubblicità ingannevole (non a caso depenalizzata da questo governo alcuni mesi fa). L’ultima volta che si tenne un referendum costituzionale fu nel 2006 sulla controriforma Berlusconi-Bossi e la domanda per il Sì o il No (che vinse plebiscitariamente) fu questa: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Modifiche alla Parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005?”. Un quesito neutro, burocratico, che non influenzava gli elettori né in un senso né nell’altro. All’epoca si pensava che un premier più bugiardo di B. non ci sarebbe capitato nei secoli dei secoli. Ma non avevamo visto Renzi.
 
Ben sapendo che il ddl Boschi-Verdini è illeggibile, incomprensibile e indigeribile per chiunque lo legga, il Bomba le ha appiccicato un titolo tanto accattivante quanto fuorviante. Il resto l’ha fatto la Cassazione, che gliel’ha approvato senza batter ciglio. Così, quando voteremo, dovremo dire Sì o No a un quesito che solo un pazzo (o un raro esemplare di persona informata sui fatti) potrebbe respingere: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15.4.2016?”. Via, chi potrebbe mai votare No alla fine del bicameralismo paritario, al taglio del numero dei parlamentari e dei costi della politica, nonché alla cancellazione dell’inutile Cnel (il Titolo V sui rapporti fra Stato e Regioni pochi sanno cosa sia: ed è meglio così, per gli analfabeti che sono riusciti a peggiorarlo)? Renzi&C. hanno buon gioco nel dire che il quesito formalmente non mente. Così come non mente il bugiardino di un farmaco anti-influenzale che ne illustra le proprietà terapeutiche (“Perfetto contro i raffreddori”).
 
Ma si scorda di aggiungere qualche spiacevole effetto collaterale (“Provoca l’ictus e il cancro”). Infatti la legge impone alle case farmaceutiche di inserire tutto nei bugiardini, in caso contrario i medicinali vengono ritirati dal mercato. Purtroppo nessuna legge impone la stessa completezza per i quesiti costituzionali. Noi, che siamo per il No, avremmo potuto inventarne una decina altrettanto suggestivi, senza mai dire il falso. “Approvate il testo della legge costituzionale concernente l’abolizione delle elezioni per il Senato, che sarà composto da sindaci e consiglieri regionali nominati dai Consigli regionali, cioè dai partiti, all’insaputa degli elettori?”. “Approvate il testo della legge costituzionale concernente la triplicazione da 50 mila a 150 mila delle firme necessarie per presentare una legge di iniziativa popolare?”. “Approvate il testo della legge costituzionale concernente l’immunità parlamentare a sindaci e consiglieri regionali mai eletti per fare i senatori senz’alcun diritto a quel privilegio?”. “Approvate il testo della legge costituzionale concernente la sopravvivenza del Senato, che dovrà o potrà rivotare e modificare tutte le leggi approvate dalla Camera, replicando il bicameralismo che si dice di abrogare?”. “Approvate il testo della legge costituzionale concernente la complicazione dei sistemi di approvazione delle leggi, che passano da 2 a 10?”. “Approvate il testo della legge costituzionale concernente l’esproprio dei poteri delle Regioni di difendere le popolazioni, i territori e l’ambiente da grandi opere inutili, costose e inquinanti, che saranno decise a Roma da un uomo solo al comando?”. “Approvate il testo della legge di revisione costituzionale concernente la nomina di due sindaci-senatori per il Trentino-Alto Adige e di uno solo per le altre 19 Regioni italiane, comprese quelle 10 volte più grandi come la Lombardia?”. E così via.
 
Purtroppo il quesito non l’hanno scritto i comitati del No, ma il governo Renzi (affidandolo a un raro conoscitore della lingua italiana, anziché agli ostrogoti autori della schiforma), quindi le controindicazioni non ci sono. Roba da imbonitori da televendita di pentole e talismani, alla Wanna Marchi. Sarebbe come se i sondaggisti, per testare il gradimento dei leader politici, domandassero al loro campione di intervistati: “Lei apprezza quel grande statista di Renzi, dotato di un senso delle istituzioni paragonabile a Cavour, di un’integrità morale degna di De Gasperi e di una competenza tecnica superiore a Einaudi, oppure – Dio ne scampi – vuole cadere nelle grinfie di quel cialtrone di Luigi Di Maio a cui puzzano i piedi, di quel troglodita di Stefano Parisi che non si lava e di quella poveraccia di Giorgia Meloni che non sa nemmeno legarsi le scarpe?”. Solo che, nei sondaggi, le domande suggestive che suggeriscono la risposta sono vietate per legge. Nei referendum costituzionali no, perché quando furono scritte le regole si presumeva che i costituenti fossero come quelli del 1946-‘47: leali, corretti, cristallini. Nessuno poteva prevedere l’arrivo di Fonzie, anzi del mago Do Nascimento.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © ANSA/MASSIMO PERCOSSI


Omissioni, bugie, errori: Renzi in tv alla prova dei fatti
di Carlo Di Foggia e Marco Travaglio
Dalla riforma costituzionale allo stato dell’economia: le parole verificate su testi di legge e numeri ufficiali

Aspetto il fact checking del Fatto. Matteo Renzi ce lo ha chiesto giovedì nel confronto a Otto e Mezzo su La7 con Marco Travaglio, di cui contestava i numeri. Ecco le sue parole verificate sui dati.

IL NUOVO SENATO. “Non è vero che con la riforma i nuovi senatori non saranno più eletti dai cittadini. Il sindaco di Romao Milano che va a fare il senatore è eletto”.
Non viene eletto per fare il senatore (la scheda per il Senato non sarà più consegnata agli elettori), cioè per approvare le leggi o nominare i giudici costituzionali, ma per amministrare una città. Il comma 2 dell’art. 57 del ddl Boschi parla chiaro (si fa per dire): i senatori siano “eletti con metodo proporzionale” dai “Consigli regionali”. Ma il comma 5 afferma che i senatori saranno scelti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo”. Il “come” è rinviato a una legge ordinaria, che ancora non c’è. Ma è certo che sarà incostituzionale o perché non risponde al comma 2 o perché al comma 5. E non riguarderà i 21 sindaci-senatori.

FRANCIA E GERMANIA. “Il Senato è composto dai consiglieri regionali e sindaci, come in Germania e Francia”.
Non è così. Il Bundesrat tedesco è composto da delegati dei governi dei Länder, che non sono eletti dalla popolazione né dai consiglieri dei Länder (come nella “riforma” Boschi) ma delegati del governo del Land che li nomina e li revoca. Hanno vincolo di mandato: cioè l’obbligo di votare compatti o il loro voto è nullo. I consiglieri del Bundesrat ricevono solo il rimborso del viaggio e non hanno immunità (Renzi dice e che “solo in Turchia si toglie l’immunità”). In Francia – che quanto a iter legislativo è un bicameralismo sostanzialmente paritario – il Senato rappresenta gli enti locali ed è eletto da 162 mila grandi elettori.

ULTIMA CHIAMATA. “Col No non c’è un’altra riforma possibile” perché “non troverai mai un altro Parlamento che voterà per ridurre i costi visto che il popolo avrà votato per il No”.
Se è per questo nel 2006 i cittadini avevano bocciato una riforma che - a detta di Elisabetta Gualmini, politologa e vicepresidente Pd dell’Emilia Romagna - “era identica a questa”. Anche quella riforma era vastissima: fine del bicameralismo paritario, riduzione dei parlamentari e devolution. Eppure, 10 anni dopo, eccone un’altra perlomeno simile.

RISPARMI. “Ci sono 500 milioni di euro di risparmio”.
Il premier a marzo 2014 parlava di “risparmi per 1 miliardo l’anno”. Dal bilancio di previsione 2016, però, il Senato costa in tutto 540 milioni. Di questi, solo 79,5 lordi finiscono nelle tasche dei 315 senatori: tutti gli altri sono costi del personale, dei servizi, delle forniture etc.. Per la Ragioneria generale dello Stato, cioè il governo, la minore spesa conseguente alla riduzione dei senatori “è stimabile in circa 49 milioni”, mentre la soppressione del Cnel produrrebbe “risparmi pari a 8,7 milioni”. Quanto alle Province, già “abolite” (per finta) dalla legge Delrio del 2014, la Ragioneria dice che è difficile quantificare i risparmi. Non basta? Nella Guida alle ragioni del Sì, il professor Carlo Fusaro, dice: “Sono sindaci o consiglieri regionali che fanno il senatore... e son pagati dall’ente che rappresentano. Il risparmio in sé è
modestissimo (...) Si vedrà se i rimborsi per viaggi soggiorni saranno a carico del Comune o della Regione, o statale. Spiccioli ben spesi, in ogni caso”.

EXPO. “Abbiamo cacciato i ladri ed è stato un successo”
Dal Rendiconto di maggio 2016: costi per 2,254 miliardi; ricavi (in parte non ancora incassati) per 849 milioni. Perdita: 1,4 miliardi. E i ladri li hanno arrestati giudici e forze dell’ordine, non il governo. Gli ultimi, a luglio, per mafia.

CLAUSOLE. “Non abbiamo mai fatto scattare le clausole di salvaguardia, quelle tasse che vengono messe se non si verificano certe situazioni. Le tasse continuano ad andare giù”.
Ieri l’Istat ha comunicato che la pressione fiscale del 2015 non è calata rispetto al 2014 (è al 43,4%). Difficile lo faccia nel 2016, visto che il Pil crescerà meno del previsto e che nei primi 6 mesi dell’anno le entrate tributarie stanno crescendo al ritmo di 0,8%, compensando il taglio Irap e Tasi. Il governo non ha disinnescato le clausole, le ha solo spostate più avanti: dei 15,1 miliardi di aumenti dell’Iva sul 2017 e dei 19,6 miliardi sul 2018 (compresi aumenti di accise) i 3/4 sono farina del premier.

TAGLIO IRPEF.
“Il ministro Padoan aveva già spiegato che sarebbe arrivato nel 2018”.
A maggio Renzi aveva prospettato un anticipo al 2017.

LAVORO/1. “Nel 2015 ci sono stati più posti di lavoro che nel 2014, e con me al governo (febbraio 2014, ndr), ci sono 585 mila occupati in più, di cui il 70% con posti di lavoro stabili”.
Il premier usa sempre le serie storiche mensili dell’Istat per slogan e slide. Le stesse, però, dicono che nel 2015 ci sono stati 81 mila occupati in meno del 2014. Ma il punto è un altro. Il boom nel 2015 è l’effetto dei generosi sgravi contributivi triennali per chi assumeva con contratti a tempo indeterminato: costeranno 20 miliardi fino al 2019. Nel 2016 lo sgravio è solo al 40% e i dati amministrativi sui contratti mostrano un tracollo di quelli a tempo indeterminato. Il saldo netto gennaio-luglio è negativo rispetto al 2015 e perfino al 2014 (76 mila contro 129 mila). Crescono, e di molto, quelli a tempo determinato, e c’è un’esplosione dei voucher: cioè precari e superprecari.

LAVORO/2. “Sono contratti a tempo indeterminato, solo lo sgravio è triennale”.
Niente articolo 18, niente tutele e infatti nel secondo trimestre 2016 (dati del governo) sono aumentati i licenziamenti (+7,4%). Chi assume con gli sgravi e poi licenzia dopo tre anni deve versare al lavoratore un indennizzo minore di quanto risparmiato con gli incentivi. Infine, gli occupati: da febbraio 2014 al primo trimestre 2016, gli occupati over 50 sono aumentati di oltre 800 mila unità, mentre quelli delle fascia 25-49 anni sono crollati di oltre 300 mila unità. Significa, dice anche Istat, che è la riforma Fornero che ha alzato l’età pensionabile a gonfiare i numeri, non il Jobs act.

IL FATTO. “Quello che è diminuito in questi due anni sono le copie del Fatto Quotidiano, non i posti di lavoro”.
Cosa c’entri, non si sa, ma vediamo i dati. A settembre la media delle copie del Fatto vendute in edicola è in crescita dell’8% rispetto al settembre 2015. Le copie digitali vendute sono in linea con l’anno passato. Depurato dell’effetto del boom di gennaio 2015, quando pubblicammo Charlie Hebdo, i dati di Ads (Accertamento diffusione stampa) indicano un calo nei primi 6 mesi del 2016 del 4% sul semestre 2015. Il premier si rallegra di dati fisiologici (e in ripresa) in un mercato, quello dell’editoria, in crisi nera. E migliori dei suoi principali competitor, ai quali Renzi non si sogna di contestare l’impressionante (quello sì) crollo di copie vendute.

FLESSIBILITÀ. La flessibilità non c’era nei trattati Ue. Juncker è andato il 13 gennaio 2015 all’Europarlamento, il giorno in cui noi chiudevamo il semestre di presidenza Ue in cui abbiamo combattuto per la flessibilità, a dire: il mio impegno di presidente della Commissione è avere più flessibilità”.
La flessibilità è prevista dai Trattati. E Il 13 gennaio arrivò una “nota di interpretazione” annunciata da Juncker, pochi minuti dopo il discorso di Renzi che chiudeva il semestre di presidenza italiana, impedendogli di poterla rivendicare. Uno schiaffone.

ECONOMIA. Che la situazione economica internazionale sia più favorevole lo pensa Travaglio”
Tra Quantitative easing della Bce, euro più debole e calo dei prezzi del petrolio, il 2015 è stato un anno irripetibile. Per il governatore di Bankitalia Visco, senza il Qe, “l’Italia sarebbe in recessione”.

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