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La rubrica di Saverio Lodato

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Se è l'ora X

travaglio marco c sf 3di Marco Travaglio
Per vent’anni i migliori psichiatri hanno classificato la propaganda berlusconiana alla voce “proiezione”: il meccanismo di autodifesa tipico dei paranoici, che li porta ad attribuire agli altri ciò che fanno loro. B. attaccava i magistrati e i giornalisti liberi, ma diceva che erano loro ad attaccare lui. Insultava gli avversari (“chi vota a sinistra è un coglione”), ma sosteneva che erano quelli a insultare lui. Ora, sul lettino dello psichiatra, c’è Renzi e purtroppo la diagnosi risulta identica: proiezione. Ieri ha avuto un attacco acuto e la sindrome s’è manifestata due volte in pochi minuti.

1) Il premier ha accusato i costituzionalisti del No di “personalizzare il referendum” perché “sui contenuti si trovano un po’ a disagio”. Purtroppo è stato lui a trasformarlo in Referenzum (“Se perdo vado a casa”). Quanto al “disagio sui contenuti”, i costituzionalisti del No hanno illustrato in manifesti, appelli, libri, articoli, conferenze proposte alternative, le loro critiche sul merito del ddl Boschi, senza mai usare l’argomento becero “la riforma è sbagliata perché l’ha fatta Renzi” o “va bocciata per cacciare Renzi”. Lui invece li ha sempre insultati: “Professoroni”, “soloni”, “gufi”, “rosiconi”, “conservatori”, “archeologi travestiti da costituzionalisti”, “difensori del Codice di Hammurabi” (e la Boschi a ruota: “Chi vota No sta con Casa Pound”). Contenuti, zero: sarà un po’ a disagio?

2) Dopo avere riscritto, fra l’altro coi piedi, 47 articoli della Costituzione su 139, ieri Renzi ne ha fatto una questione di risparmi, accusando il No di voler “mantenere tutte queste poltrone”. Altro caso di proiezione: Renzi aveva promesso di “abolire il Senato” (315 poltrone in meno e mezzo miliardo di risparmi l’anno), “dimezzare i parlamentari” e le loro “indennità”: così avremmo risparmiato quasi un miliardo l’anno. Invece il ddl Boschi mantiene il Senato con 100 membri al posto di 315 (non pagati, salvo rimborsi-trasferta) e la Camera identica. Siccome le spese del Senato riguardano perlopiù la struttura, il taglio di 215 poltrone farà risparmiare la miseria di 50 milioni l’anno. E che i risparmi siano propaganda l’ha dimostrato ieri il premier col decreto che riaggiungeva alla domenica il lunedì che fu abrogato da Letta e che costa 100 milioni a botta. Così nel 2016 avremmo speso 300 milioni in più: 100+100 per i due turni delle Amministrative e 100 per il referendum di ottobre, oltre ai 300 buttati per il mancato accorpamento del referendum No Triv alle Amministrative.

Totale di soldi sprecati: 600 milioni in un anno, 10 volte quello che risparmieremmo col nuovo Senato. Il tutto perché l’astensione serviva a Renzi per vincere il referendum No Triv per abbandono dell’avversario, come i pugili vigliacchi. Ma ora che ci sono di mezzo lui nel Referenzum e i suoi candidati alle Amministrative, non più. Il decreto era talmente scandaloso che persino Alfano se n’è accorto e ha ingranato la retromarcia.

Ora, con un governo che cambia e ricambia le regole del gioco a tre settimane dal voto, c’è da aspettarsi di tutto. E si avverte vieppiù l’esigenza di un arbitro che fischi il fallo e ne impedisca altri. Gustavo Zagrebelsky si è appellato a Sergio Mattarella perché fermi il terrorismo dell’après nous, le déluge e ricordi al premier che “la Costituzione non prevede che all’esito di un referendum un presidente del Consiglio si debba dimettere”, così che si voti sul merito senza il timore – o la speranza – “che se vince il No cade il governo e chissà cosa succede”. Mentre Zagrebelsky parlava, i magistrati progressisti di Area si mettevano sull’attenti ai diktat di Orlando & Legnini e partorivano un comunicato a metà strada fra Ponzio Pilato, don Abbondio e Tartuffe: siccome “i magistrati hanno pieno diritto di esprimersi sul contenuto delle riforme costituzionali, di partecipare al dibattito pubblico, di impegnarsi in ogni iniziativa di carattere culturale e di approfondimento tecnico” e siccome la “riforma” per “gran parte dei magistrati di Area” è pericolosa (è “frutto di contingenti e variabili maggioranze… depotenzia il ruolo del Parlamento rispetto a quello del governo e incide sul principio di separazione dei poteri… indebolisce le funzioni di garanzia” di “presidente della Repubblica, Consulta e Csm” ed è “difficile comprendere che tipo di bicameralismo imperfetto intenda realizzare”), Area resta “al di fuori dei comitati referendari, cui riteniamo di non aderire”. Un giurista direbbe che c’è contraddizione fra motivazione e dispositivo della sentenza. E un biblista ricorderebbe il caso umano di Giuseppe di Arimatea, il membro del Sinedrio che non osa opporsi a Caifa e poi, dopo la crocifissione di Gesù, ne chiede il corpo a Pilato per dargli degna sepoltura.

Intanto un gruppo d’imprenditori marchigiani fondano un comitato del Sì invitando la Confindustria ad associarsi: e non perché approvino la riforma (“ha mille difetti”), ma perché “se non passa, Renzi si dimette, si torna al voto con due leggi elettorali diverse e addio credibilità internazionale dell’Italia”. Qualcuno informi questi signori che: a) Renzi non ha alcun obbligo di dimettersi; b) se proprio volesse levare il disturbo, in Parlamento ci sarebbe una maggioranza per un nuovo governo: la stessa di Letta e di Renzi, o un’altra per un governo “di scopo”; c) salvata la Costituzione, ci sarà un anno di tempo per lo “scopo” di estendere l’Italicum al Senato o il Consultellum alla Camera, o di ripristinare il Mattarellum, o meglio ancora di copiare il doppio turno francese. Pensate un po’ quante cose belle, se vince il No.
(17 maggio 2016)

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 17 maggio 2016

Foto © S. F.

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