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La rubrica di Saverio Lodato

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C’è qualcosa che non torna, nel processo in Vaticano che tutti chiamano Vatileaks per assonanza con il sito fondato nel 2006 dal gruppo di Julian Assange. Gli imputati, com’è noto, sono cinque: mons. Lucio Angel Vallejo Balda, spagnolo, segretario della Commissione referente sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa Sede, creata da papa Francesco per mettere ordine nella jungla degli affari vaticani; Francesca Immacolata Chaouqui, italiana di origine marocchina, già componente della Commissione referente sulle attività economiche della Santa Sede; Nicola Maio, segretario particolare di Balda; i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi (in foto), autori dei libri-inchiesta Via Crucis e Avarizia basati anche sulle carte ricevute dagli altri tre. L’accusa, per tutti, è sottrazione di informazioni riservate della Città del Vaticano (nella fattispecie sulla gestione economica fuori controllo), punita fino a 8 anni di reclusione. Ma è molto improbabile che, anche in caso di condanna, i cinque finiscano davvero in galera (a parte Balda, arrestato e tenuto in guardina dal 2 novembre). Per Balda è già pronto un convento; gli altri sono cittadini italiani ed è escluso che l’Italia conceda l’estradizione se il Vaticano la chiedesse. È poi molto probabile che la sentenza, prevista per la vigilia del Giubileo della misericordia, sia seguita dalla grazia di Francesco, sulla scia di quella di Benedetto XVI all’aiutante di camera Paolo Gabriele, condannato nel primo Vatileaks.
Dunque il processo è una questione di principio e una prova di forza. Uno show con un messaggio a uso interno del Papa, che autorizza ogni mossa della giustizia vaticana, come tutti i monarchi assoluti. Questo: lui controlla la situazione e non permette a nessuno, divulgando documenti top secret, di dettargli i tempi e i modi del rinnovamento che sta faticosamente attuando fra ostacoli, vendette, ricatti e tradimenti (alcuni dei personaggi coinvolti nello scandalo – quello vero delle spese folli, non quello finto delle fughe di notizie – sono stati nominati da lui prima di rivelarsi clamorosamente inadeguati).

E proprio qui c’è il primo elemento che non torna. Francesco è pubblicamente intervenuto su Vatileaks due volte. La prima il 6 novembre, in un’intervista: “Chi crede in Dio non può parlare di povertà e poi vivere come un faraone”. Come dire: è grave divulgare documenti riservati, ma è molto più grave quello che questi dimostrano.
Il dito indica la luna e lui se la prende con la luna, non con il dito. Del resto, che gliene importa di perseguitare due giornalisti italiani che, in un modo o nell’altro, lo aiutano a fare pulizia? Poi però due giorni dopo, l’8 novembre, torna sull’argomento con una frase che stona con il suo stile e anche con la circostanza (l’Angelus domenicale): “Rubare documenti è un reato. Ma quanto è accaduto non mi distoglie dal lavoro di riforma che stiamo facendo”. Un errore di diritto, visto che nessun imputato è accusato di avere rubato le carte (Balda e Chaouqui le possedevano in ragione delle proprie funzioni). E anche di logica, visto che la riforma di Francesco non è minacciata da chi ha scoperchiato lo scandalo, ma da chi vive come un faraone. Che è successo in Vaticano fra la prima e la seconda dichiarazione del Papa, per indurlo a cambiare così platealmente posizione?
Non c’è solo Francesco a gestire il processo: c’è soprattutto la Segreteria di Stato. E il processo non è solo in totale contrasto con i più elementari principi del garantismo (avvocati di fiducia esclusi dal tribunale e rimpiazzati con legali d’ufficio che lavorano grazie al Vaticano e ricevono gli atti con l’impegno scritto di non darne copia agli imputati; indagini raffazzonate, niente intercettazioni, solo i messaggi WhatsApp trovati sul cellulare e sul computer sequestrati a Balda con le sue conversazioni con la Chaouqui e i giornalisti, senza prove di passaggi di carte da lei a quelli: roba che, se accadesse in qualunque altro Stato, susciterebbe proteste in tutto il mondo libero, anche perché due giornalisti stranieri sono alla sbarra per aver fatto ciò che nel loro Paese, e in tutto il mondo libero, è non solo lecito, ma doveroso). È anche la prova che in queste udienze frettolose non deve uscire la verità sul vero scandalo: nessuna indagine sui rapporti fra Balda, Chaouqui e i vertici vaticani, né sui clamorosi sprechi di denaro per attici, appalti, ruberie e lussi faraonici. A cacciare i mercanti dal tempio, che Francesco conosce benissimo anche grazie a queste fughe di notizie, vuole provvedere lui stesso a tempo debito. Si spera presto.
Ma c’è un però, ed è il secondo mistero del processo: l’altroieri, dalle carte in mano agli avvocati e alla Segreteria di Stato, sono usciti alcuni scambi di messaggi a sfondo sessuale, con espressioni boccaccesche, fra Balda e Chaouqui, del tutto irrilevanti penalmente e anche eticamente: eppure sono stati pubblicati con ampia dovizia di particolari dal Quotidiano nazionale, senza che il famoso Garante della Privacy (così attivo quando si tratta di B. e degli altri papaveri italioti) facesse un plissè. Impossibile che a divulgarli siano stati gli avvocati rotali – perderebbero il posto – o i due giornalisti – li avrebbero passati alle loro testate, non alla concorrenza –. Resta un indiziato: la Segreteria di Stato. Chi ha interesse a sputtanare i due imputati principali con storie private che riguardano solo loro (né Balda né Chaouqui sono presidenti del Consiglio tenuti a un contegno irreprensibile e non ricattabile)? E per nascondere chi e che cosa?

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 27 novembre

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