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La rubrica di Saverio Lodato

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Pace e guerra

di Marco Travaglio - 6 maggio 2011
“Io non avrei mai dato credito a chi collabora a distanza di 17 anni come Ciancimino jr”: è la frase che, secondo il sito di Vanity Fair, avrebbe pronunciato ieri Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a Milano, in un incontro senza telecamere con 400 studenti della Statale. Frase piuttosto bizzarra.

E non perché Ciancimino vada preso per per oro colato. Ma perché la frase sembra denotare per lo meno una scarsa conoscenza dei fatti. Ciancimino non “collabora” con la giustizia, infatti non è mai stato associato a un programma di protezione né l’ha mai chiesto. Non si è mai “pentito” di nulla, non ha mai confessato reati, anzi ha sempre negato quelli che i giudici gli hanno affibbiato condannandolo in primo e secondo grado per aver riciclato il tesoro del padre. Ha, questo sì, raccontato il proprio ruolo di postino nella trattativa fra il Ros e don Vito, e l’ha confermato anche quando i pm l’hanno avvertito che, con quel racconto, sarebbe stato incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa visto che la trattativa rafforzò Cosa Nostra. Insomma è il classico testimone imputato per reati connessi e, come tale, non ha l’obbligo di dire la verità. Ma, siccome certe cose le ha certamente viste e sentite (era accanto al padre durante la trattativa e poi fino alla morte nel 2002), quel che racconta è interessante, anche se va verificato punto per punto. Con questo spirito i pm di Palermo han cominciato a sentirlo sul suo ruolo nella trattativa quando lui la raccontò per la prima volta nel 2007 a Panorama (direttore Belpietro, che oggi si scusa ogni giorno di aver fatto una volta in vita sua il suo mestiere); e poi sui rapporti del padre con B. quando si scoprirono sue telefonate e appunti di don Vito su B. Dice la Boccassini: ha parlato a 17 anni di distanza, quindi non è credibile. A dire il vero, ha parlato quando gliel’hanno chiesto. Chi può dire se non avrebbe parlato prima, ove mai l’avessero interrogato prima? E poi, in Italia, l’azione penale è obbligatoria. Se un testimone, un dichiarante, un pentito, un passante rivela un fatto illecito risalente ad anni prima, il magistrato verifica se il reato è prescritto, ma nel caso non lo fosse, è obbligato a indagare. Proprio come nel caso della trattativa, che vede i protagonisti indagati per mafia e attentato a corpo politico dello Stato: la prescrizione è di là da venire, dunque si indaga anche a distanza di 17 anni. È quel che fanno varie Procure, non solo Palermo, ma anche Caltanissetta, Roma e Firenze coordinate dal procuratore nazionale Grasso, che hanno interrogato Ciancimino ciascuna per le proprie competenze (stragi del '92 e '93, trattative, omicidio Calvi, delitti “minori”). A volte han trovato riscontri alle sue parole e le hanno utilizzate processualmente. A volte non li hanno trovati, trattandosi di racconti de relato o troppo indietro negli anni, e hanno lasciato perdere pur senza dare del bugiardo al dichiarante (non è detto che una parola non riscontrata sia falsa). Poi i pm nisseni e palermitani hanno ritenuto false e calunniose le accuse di Ciancimino a De Gennaro: i primi l’hanno indagato, i secondi l’han fatto arrestare. Del resto non s’è mai visto un magistrato che, quando un testimone gli racconta qualcosa di inedito su un delitto, lo caccia a pedate perché è passato troppo tempo. Quando Stefania Ariosto nell’estate '95, prima alla Finanza e poi alla Procura, raccontò la corruzione al Palazzo di Giustizia di Roma cui aveva assistito negli anni ‘80, la Boccassini si guardò bene dal mandarla via. Anche se raccontava vicende accadute dieci anni prima o più. Verificò se fossero ancora riscontrabili e, grazie a intercettazioni e rogatorie, qualcuna la riscontrò (i casi Imi-Sir e Mondadori). E meno male che all’epoca non s’era ancora fatta la strana idea che chi collabora a distanza di anni è di per sé inattendibile. Altrimenti la Ariosto sarebbe finita in carcere per calunnia e Previti sarebbe ancora ministro.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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