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La rubrica di Saverio Lodato

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Opinioni

Così si restringe una democrazia

moro aldo 4di Nicola Tranfaglia
"In un anno di lavoro - ha dichiarato il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso di Aldo Moro, Beppe Fioroni - abbiamo trovato bugie, errori ed omissioni. L'Italia e la memoria di Aldo Moro meritano di conoscere la verità."
Il lavoro è stato notevole. Ci sono state - fino ad oggi - 46 audizioni, 58 sedute, 500 mila pagine di documenti e 110 incarichi e consulenze affidati. Tra gli altri sono stati affidati al Ris dei carabinieri, allo Scico della Guardia di Finanza e a magistrati come il giudice Guido Salvini che condusse l'ultima inchiesta sull'eccidio di Piazza Fontana nel dicembre 1969. Tutti compiuti a titolo gratuito perché "abbiamo un budget di 17 mila euro e non li abbiamo neppure spesi tutti."

Le novità emerse finora non appaiono decisive. Innanzi tutto c'è la preoccupazione di Aldo Moro nei giorni precedenti all'agguato di cui nessuno si preoccupa. Grazie ai rilievi del RIS Carabinieri si dà per certo che in via Fani i 16 marzo 1978 c'erano 20 persone, 4 in più di quelle acclarate fino ad oggi. Poco si apprende sulle due moto che non hanno avuto un ruolo attivo nell'agguato di via Fani e nuovi testimoni parlano di ordini dati in tedesco. La Commissione ha acceso le luce sul bar Olivetti di via Fani che in quell'epoca era frequentato da "estremisti, criminali e personaggi dei servizi segreti". Secondo il deputato Grassi, vice-presidente della Commissione, "Br e NAR lì pianificavano insieme rapine per l'autofinanziamento". Ma non è provato nessun legame di questa attività con l'agguato del 16 marzo 1978.
Altro elemento emerso di recente grazie a una deposizione del boss della Nuova Camorra organizzata in carcere Raffaele Cutolo è che i clan calabresi avrebbero avuto un ruolo nel reperimento delle armi servite poi per l'attentato. La Commissione ha quindi acquisito un dispaccio proveniente da Beirut dove il 18 febbraio 1978 da fonti dell'OLP si faceva riferimento a una possibile azione terroristica a Roma. Non è stato invece chiarito se Radio Città Futura parlò davvero del rapimento tre quarti d'ora prima del fatto. Di particolare importanza secondo il presidente Fioroni è stata l'audizione di monsignor Antonio Mennini, il prete incaricato dalle Brigate Rosse di ricuperare le loro missive e di consegnarle alla famiglia Moro. Nel covo di via Gradoli sono stati trovati documenti di identità contraffatti delle RAF tedesca.
"E' possibile, secondo la Commissione, che Moro, prima di via Montalcini, sia stato portato 'in un primo ricovero', un garage di via Licinio Calvo, zona Balduina, molto vicino a via Fani: lì è stata rinvenuta la 132 dove viaggiava Moro, abbandonata dai brigatisti. La relazione è stata approvata all'unanimità dai commissari e l'unico a non rispondere alla richiesta di audizione è stato l'ex segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger."
La Commissione continuerà il proprio lavoro ma per ora non si prevedono novità particolari. In effetti ci si chiede se non sia necessario cercare in altri archivi pubblici e privati elementi interessanti per ricostruire quel che accadde nei cinquantacinque giorni che Moro trascorse in prigione prima di essere assassinato. Vedremo nei prossimi mesi se si farà qualche progresso nella difficile ricerca della verità.

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