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La rubrica di Saverio Lodato

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Opinioni

Così si restringe una democrazia

di matteo nino c paolo bassani cl 2015 3di Nicola Tranfaglia
Il giudice Nino Di Matteo, nel processo sulla trattativa tra mafia e Stato, sostiene che mafia e corruzione rappresentano “due facce della stessa medaglia e si completano per il raggiungimento di scopi criminali”. E, “quanto ai servizi di sicurezza, essi hanno accettato il dialogo con altre forze criminali e la magistratura da sola può arrivare fino a un certo punto e non oltre, se in questa ricerca della verità non viene aiutata e sostenuta dalla politica. Abbiamo incontrato ostacoli: l’isolamento istituzionale, la diffidenza, il sospetto, la presa di distanza da parte di alcuni settori della stessa magistratura”.

L’amara conclusione è che "la lotta alla mafia non è più prioritaria neppure all’interno della magistratura”. Di recente - gli chiede Lorenzo Baldo di Antimafia Duemila - lei ha dichiarato che “per vincere la mafia infiltrata nell’amministrazione pubblica e la corruzione l’Italia deve affrontare un’altra ‘grande guerra di liberazione’. Ma si tratta di una pura utopia?”. La verità - replica Di Matteo - è che si è seguita una logica emergenziale, cercando di reagire agli scandali alle risultanze di indagini giudiziarie sempre più numerose. Anche il collega Lombardo è giunto alle medesime conclusioni. E così il professor Rodotà. “Di Matteo è sicuro - si legge nel libro Collusi (RCS), scritto con il giornalista Palazzolo - che il ruolo prioritario della lotta alla mafia è scemato nel tempo. Abbiamo assistito a una richiesta rivolta alle forze di Polizia di concentrare maggiormente le indagini sulla repressione degli aspetti militari delle mafie piuttosto che su quelli relativi a eventuali rapporti politico-istituzionali. Soprattutto, nella politica, è evidente una sorta di strisciante delegittimazione di quegli apparati della Polizia giudiziaria, in particolare della Dia che, più degli altri in passato, si erano dedicati alle inchieste sui rapporti esterni della mafia”. Ma perché - gli si chiede - fa così paura l’inchiesta sulla trattativa? E lui risponde. “Si tratta del primo e unico processo in cui alla sbarra troviamo insieme capi della mafia, esponenti già apicali delle forze di polizia, dei Servizi di sicurezza e noti esponenti politici”. Di Matteo ricorda, inoltre, che “il giudice Falcone scriveva a proposito del dialogo ‘Mafia-Stato’, che Cosa Nostra non è un anti-Stato ma piuttosto ‘un’organizzazione parallela’”. Fu proprio lui a parlare di “ibridi connubi” di Cosa Nostra con pezzi dello Stato ricordando l’attentato nei suoi confronti all’Addaura, e il fatto che i magistrati che avevano seguito le sue orme vengono oggi osteggiati, denigrati e qualche volta anche isolati, per molti delitti eccellenti, per molte stragi e per quella del giudice Borsellino ci sono una serie di elementi che esigono un ulteriore approfondimento a livello investigativo in quanto vanno verso una compartecipazione di altri soggetti nella fase organizzativa ed esecutiva del delitto.
Nel processo “Borsellino ter” fin dall’inizio a Caltanissetta - dai discorsi che Totò Riina avrebbe fatto con Salvatore Cancemi in una riunione tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio - il capo di Cosa Nostra citò “persone importanti, come Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”. “L’intercettazione di Riina - afferma Di Matteo - conferma il convincimento che anche Cancemi sapesse di più su quelle stragi: qualcosa di talmente forte, di talmente delicato che non potesse essere nemmeno comunicato agli altri uomini d’onore che pure avevano partecipato alle stragi”.
L’intervista del magistrato, più esposto oggi alla vendetta mafiosa, si riferisce al peso delle minacce sulla sua vita e questo avviene mentre l’ottimismo costante dell’attuale capo del governo sembra un inno a un Paese che non c’è ma che alcuni vedono, sugli schermi televisivi e negli editoriali di un’informazione sempre più schiava dei poteri esistenti.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 14 ottobre

Foto © Paolo Bassani

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