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di Nicola Tranfaglia - 12 gennaio 2015
Quello che è successo a Parigi con l’assalto sanguinoso al settimanale Charlie Ebdo, accompagnato dall’uccisione del suo direttore e di alcuni redattori e vignettisti (a cui è seguito l’attacco in Nigeria con altri morti) ha posto al centro dell’attenzione degli Stati occidentali ed europei, il pericolo di un tentativo terroristico capace di portare proprio vicino a noi la guerra santa (altrimenti nota con il termine arabo di Jiad) che è l’obbiettivo fondamentale del Califfato e dei suoi fanatici seguaci. E non c’è dubbio sul fatto che il luogo in cui l’organizzazione politico-terroristica di Al-Qaeda ha attualmente la sua sede e il rifugio di cui ha bisogno per organizzare le sue guerre e le sue imprese, sia lo Yemen.

Come è noto, ormai lo Yemen come Stato non esiste quasi più, non ha un esercito regolare ma milizie tribali che si combattono tra loro e Al-Qaeda. Lo Yemen è un paese in cui un bambino su dieci per la denutrizione non arriva ai cinque anni, il 50 per cento vive con meno di due dollari al giorno e rumina in maniera incessante il qat, l’erba euforizzante per non sentire i morsi della fame. E qui nella penisola arabica c’è la sede centrale di Al-Qaeda che ha rivendicato l’attacco a Charlie Ebdo, di cui soltanto 24 ore prima aveva reclamato le responsabilità il portavoce del Califfato dell’ISIS a Mossul.

La verità è che Al-Qaeda si è inserita perfettamente nella crisi dello Yemen come Stato perchè qui da tempo vantava una presenza importante, da quando lo stesso ex presidente Saleh, detronizzato nel 2012, si era a sua volta servito dei terroristi per reprimere i ricorrenti tentativi di secessione del Sud del Paese, e aveva utilizzato elementi del radicalismo islamico sunnita per contrapporli alla rivolta sciita degli Houti nel Nord. Dopo gli attentati di New York dell’11 settembre, Saleh si è schierato con gli Stati Uniti, ma la battaglia condotta contro Al Qaeda è stata ambigua ed esitante. L’episodio-chiave nel 2006: l’evasione dalle carceri di Sanaa di 23 membri di Al-Qaeda tra i quali Nasser Al Qahayshi, uno dei più stretti collaboratori di Osama Bin Ladem che, nel gennaio del 2009, annunciò la fondazione di Al-Qaeda nella Penisola Arabica.

Ora la posizione geografica di quello ex Stato e la situazione di crisi gravissima che si è determinata negli ultimi tempi ha favorito l’insediamento dell’organizzazione terroristica che ha fatto di quel territorio una base di partenza delle sue spedizioni offensive.

Ma l’assalto di Parigi e la reazione, questa volta tempestiva, delle maggiori potenze occidentali pone in maniera più pressante un duplice problema. Il primo è quale sarà l’obbiettivo dell’Isis da domani in poi. E’ prevedibile o possibile che l’Isis intenda moltiplicare gli attacchi all’Occidente e in particolare all’Europa e quindi a Paesi alleati agli Stati Uniti?

E, in questo caso, non c’è dubbio che l’Italia uno dei paesi più importanti e per giunta sede della cristianità cattolica (voci di un allarme in questo senso si rincorrono nelle ultime ore), possa rientrare con qualche probabilità tra i possibili obbiettivi (per non accennare alle decine di giovani italiani reclutati dall’Isis negli anni passati).

Può l’Europa andare avanti in ordine sparso, quando di fronte a un attacco pericoloso come quello del fondamentalismo islamico si impone al più presto un coordinamento effettivo, e prima ancora scelte che siano fatte non dai singoli paesi ma dal Parlamento europeo, come dagli altri organi che l’Unione, sia pure con incertezze e memorabili lentezze, in questi anni si è data?

E’ questo probabilmente lo scenario che si delineerà nelle prossime settimane: se l’attacco di Parigi non è stato soltanto un episodio, sia pure raggelante e terribile, ma la parte iniziale, per così dire, di una nuova e terribile strategia contro i nostri vecchi e non dismessi ideali di libertà, democrazia e giustizia sociale.

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