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I Salvo? A volte ritornano

di Saverio Lodato
Lascia basiti la notizia che i Salvo, quasi quarant’anni dopo, continuino a far parlare di sé per legami con la mafia. Anzi: questa volta con la 'ndrangheta.
Ma lascia basiti, però, sino a un certo punto.
Come meravigliarsi più di tanto se da anni, almeno noi, andiamo scrivendo di un rapporto stretto fra mafia e istituzioni, mafia e Stato, mafia e politica, mafia e economia che, a dispetto di stragi, a dispetto della montagna della Retorica, insomma a dispetto persino dei Santi, non si è mai interrotto?
Nino Salvo? Chi era costui?
Ignazio Salvo? Chi era costui?
Oggi la gente non sa, e non è tenuta a sapere. Ma erano i due “cugini” di Cosa Nostra che taglieggiavano la Sicilia con l’esazione delle imposte, a cifre triplicate rispetto al resto d’Italia, e che Giovanni Falcone dovette passare i suoi guai prima di riuscire a incriminare e ammanettare. E grazie a un "aiutino" di Tommaso Buscetta che, dopo tante resistenze, gli confidò che i due cugini avevano fatto giuramento di fedeltà a Cosa Nostra.
I Salvo erano una potenza economica. Erano il caposaldo elettorale della Dc siciliana. Erano i manutengoli di Giulio Andreotti e Salvo Lima, gli stessi che una vulgata giornalistica e televisiva aveva fatto diventare, invece che i fiancheggiatori della mafia che erano sempre stati, le vittime della “cultura del sospetto”, dell’assenza di “garantismo”, del “protagonismo” dei pubblici ministeri dell’epoca.
Falcone, appunto.
Paolo Borsellino, appunto.
L’intero “pool” antimafia degli anni ’80.
il patto sporco alt 300 internaE poco importa se uno dei due “cugini”, Ignazio Salvo, fu assassinato a pistolettate in una villa sul mare di Palermo da un commando di mafia.
E poco importa se Salvo Lima, mentre era un riveritissimo europarlamentare democristiano, fu assassinato anche lui a colpi di pistola e anche lui da killer di mafia.
Si può legittimamente dire che sono brutte storie del passato. Roba vecchia, tutta caduta nella prescrizione dell’oblio. Perché andare a smuoverle quarant’anni dopo?
Perché fa davvero specie che gli eredi dei Salvo stiano tornando in questi giorni a far parlare di sé. E non perché - badate bene - le colpe dei padri dovrebbero, chissà perché, ricadere sui figli. Ci mancherebbe.
Ma perché scopriamo, apprendendolo dalle cronache, che Luigi e Maria Salvo, figli di Ignazio, e persino la loro mamma, si erano trasferiti da tempo a Reggio Emilia per fare affari nell’edilizia con la società “LG costruzioni srl”.
E apprendiamo anche: “Le indagini della polizia hanno accertato che la 'Lg Costruzioni', impegnata nella realizzazione di ville di lusso, avrebbe intrattenuto rapporti di lavoro con società riconducibili a imprenditori di 'ndrangheta vicini al Grande Aracri di Cutro”.
Da qui, il provvedimento di “controllo giudiziario” scattato su richiesta del procuratore di Bologna, Giuseppe Amato e del questore di Reggio Emilia, Giuseppe Ferrari. La misura durerà un anno e l’amministratore giudiziario avrà il compito - leggiamo sempre nelle cronache - di “allontanare il rischio di infiltrazioni mafiose”.
Delle infiltrazioni della 'ndrangheta calabrese in Emilia, scrivemmo qui, quasi due anni fa.
Ma non potevamo assolutamente immaginare che, su quella stessa scia criminale, si fossero mossi, zitti zitti, gli eredi dei Salvo.
E c’è un’altra cosa che ci sfugge.
Ma le ricchezze dei Salvo che fine hanno fatto?
Circolano liberamente sul territorio nazionale? L’opinione pubblica avrebbe il diritto di saperne di più?
E va benissimo il provvedimento giudiziario.
Ma lo Stato può fare da “imprenditore di sostegno”, anche se con le migliori intenzioni del mondo, qualora fossero dimostrati i legami fra i Salvo e la criminalità calabrese che da anni si è trasferita in Emilia?
Perché questo, e non altro, significa “convivere” con la Mafia.

In foto: Ignazio Salvo

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🖋 La rubrica di Saverio Lodato

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