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Smettetela di crocifiggere Giuseppe Conte, rassegnatevi: gli italiani stanno con lui

Otto e mezzo e Radio Londra
di Saverio Lodato

Molti commentatori televisivi, giornalisti della carta stampata, presentatori di spettacoli di varietà che spesso, non sempre, per fortuna, sono un ibrido fra l’approfondimento e il cabaret, rivendicano a gran voce una gigantesca operazione verità.
Mai, come in questi giorni di tragedia e lutto nazionali, perché tali sono queste giornate che stiamo attraversando, avevamo assistito a una simile rivendicazione di chiarezza, di trasparenza, a un’esaltazione spasmodica del diritto all’informazione, quasi che tutti volessero cancellare, con un solo tratto di penna, decenni e decenni di subalternità e servilismo al potere politico da parte di un certo giornalismo italiano.
Farò qualche esempio.
Un “Heri Dicebamus”, per dirla con Benedetto Croce, alla vigilia del Coronavirus, che dovrebbe schiarire le idee a certi odierni Masaniello di tv e carta stampata. Ieri Dicevamo.
Che cosa dicevamo?
Di che si discuteva in Italia sino al gennaio inoltrato di quest’anno?
Si discuteva del rischio che Matteo Renzi (che fa parte del governo) e Matteo Salvini, la cui guida del governo si era fatto sfilare sotto il naso ai tempi del Papete, si fossero messi d’accordo per far cadere il governo Pd-5 Stelle, attualmente in carica.
Si discuteva - all’infinito - di prescrizione dei processi, come fosse quella la questione che stava più a cuore agli italiani.
Si discuteva anche se intitolare al Bettino Craxi, defunto e latitante ai tempi che furono, piazze o strade se non addirittura qualcosa di più cospicuo.
Il fermo immagine è impietoso. Ma è così che andavano le cose. Di questo si occupavano la politica e il giornalismo in Italia.
Si parlava forse di medici?
Qualcuno andava a contare quanti fossero negli ospedali, per oltre sessanta milioni di abitanti, i posti di terapia intensiva? Quanti fossero i camici o le ambulanze a disposizione?
Quanti miliardi e miliardi erano stati tagliati dai governi di ogni bandiera alla sanità?
Siamo sicuri che i tempi di prescrizione dei processi siano prioritari rispetto alla possibilità dei ricoveri e dei tempi di degenza?
E avevamo mai visto intervistato in televisione, in questi ultimi decenni, qualche virologo, un chirurgo specializzato in qualcosa, un medico condotto, al quale venissero poste domande sullo stato dell’arte?
Semmai certe trasmissioni erano affollate di predicatori farlocchi su medicamenti contro il cancro altrettanto farlocchi, ignorando, per principio, che le autorità sanitarie mettevano inutilmente in guardia dai tanti ciarlatani ospitati in prima serata.
Oggi tutto è cambiato.
Si vuole che gli italiani sappiano, sappiano subito e sappiano tutto.
Vanno loro comunicate le date della riapertura delle abitazioni, il giorno esatto in cui finirà l’incubo, l’orario in cui gli aerei torneranno a decollare.
Si dice: gli italiani non possono più restare a casa, dovranno un bel momento andare a convivere con il Coronavirus, perché se no, a settembre, c’è il rischio di dovere gestire una catastrofe economica. E così via.
Scrivo queste righe dopo aver visto la puntata di Otto e mezzo di ieri sera dove, fra gli altri, erano invitati, da Lilli Gruber, Massimo Cacciari e Andrea Scanzi.
Otto e mezzo, sia detto per inciso, sta un po’ diventando una piccola “Radio Londra” di casa nostra, per quegli italiani - e sono in aumento - che cercano di sapere e di capire. E chi ha visto la puntata di ieri sera, avrà assistito allo scontro fra i due invitati che la pensavano all’opposto.
Stimo, e seguo sempre con grandissimo interesse, il professor Cacciari ma, questa volta, se qualcuno mi avesse chiamato per alzare una paletta dal divano di casa mia, avrei votato a favore di Scanzi. Cercherò di spiegare perché.
Cacciari non gradisce la retorica del premier Giuseppe Conte, quando annuncia, a epidemia finita, l’inizio di una nuova primavera. Se proprio vogliamo dirla tutta, persino la regina Elisabetta, appena due giorni fa, aveva promesso ai suoi sudditi che si sarebbero visti presto, a epidemia finita. E il caso ha voluto che in trasmissione arrivasse la notizia che il premier britannico Boris Johnson era stato appena ricoverato in terapia intensiva. Ma tralasciamo i dettagli.
Cacciari vorrebbe che Conte dicesse agli italiani: dobbiamo stare in casa per debellare l’epidemia, ma non dimenticando mai che, in autunno, ci troveremo tutti in fila davanti al banco dei pegni o al Monte di Pietà, che dir si voglia.
L’argomento è noto: il governo Conte sta anticipando, in questi giorni, cifre colossali, ma siccome queste cifre nessuno ce le regalerà, prima o poi, il solito Convitato di Pietra (se muore una Troika se ne fa facilmente un'altra) ci chiederà di restituire gli interessi quasi a tassi di usura.
La previsione apocalittica del professor Cacciari è legittima.
Ma è ineccepibile?
Lo sarebbe a una condizione.
Che il Coronavirus si limitasse ad azzannare solo le gambe degli italiani. E che gli altri paesi europei, in ottima salute - quindi senza dovere metter mano al portafoglio - si potessero ritrovare, a settembre, a far la parte che gli riesce meglio: quella di indurre a più miti consigli il solito cattivo pagatore: noi italiani, appunto.
La situazione non è questa.
Il Coronavirus azzanna indifferentemente dal Sud Est Asiatico agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Spagna alla Germania, dai Paesi Scandinavi (che tardano a capire) alle prime aree dell’Africa subsahariana. Cosa vogliamo dire?
Che se Atene piangerà, economicamente parlando, Sparta avrà poco da ridere.
Chissà che conti gireranno in Europa in autunno.
Chissà quanti dovranno fare, in ritardo, quello che noi stiamo facendo in anticipo. Perché cercare ora di vaticinare l’impossibile?
Al momento, di sicuro c’è che gli italiani vorrebbero sì uscire di casa, ma avendo poi la discreta certezza di non doversi giocare la vita a pari e dispari.
I latini dicevano: primum vivere, deinde philosophari.
Ogni cosa a suo tempo, come si dice. Insomma: ci sarà tempo per preoccuparsi dei debiti futuri, degli eventuali interessi e delle stagioni di vacche magre.
E veniamo al premier Giuseppe Conte.
Il quale, ha ricordato la diaspora degli ebrei, dalla schiavitù in Egitto alla Terra Promessa.
Mosè, a prestar fede agli antichi testi, non disse agli Ebrei tutto e subito, fu invece abbastanza laconico e reticente. E nascose molte tribolazioni che avrebbero dovuto affrontare lungo la traversata. Li guidava, voleva portarli alla meta, avendo in Dio padre onnipotente un’ottima spalla, e questo per lui era più che sufficiente.
Ma Conte? Che per altro non è Mosè?
Qui si apre forse la nota più dolente.
Abbiamo l’impressione che ci sia una grossa fetta dell’informazione italiana (s’intende: trasversalmente ben rappresentata) che ancora oggi, nonostante la tragedia che stiamo attraversando, non digerisce l’attuale governo. Anche in questo caso, faremo esempi sotto gli occhi di tutti.
Ormai ci sono giornalisti specializzati nel chiedere all’esponente governativo di turno cosa non funzionò fra la fine di gennaio e i primi di febbraio di quest’anno nel prendere le prime decisioni operative. Giusto: diritto di cronaca, tutta la verità, nient’altro che la verità. Ma fra poco arriveremo a maggio; ha molto senso restare televisivamente incantati sulle domande che vertono ancora intorno alla responsabilità governative in quel di gennaio? Ne dubitiamo.
Le benedette mascherine.
Ormai da almeno un mese il professor Walter Ricciardi ha spiegato, in una mezza dozzina di occasioni, che in Europa non vengono prodotte da decenni, mentre continuano a essere confezionate in Cina e in Vietnam.
Qui, il fuoco di fila di certo giornalismo si fa serrato: perché queste mascherine ora stanno arrivando in Italia dalla Cina? Eh - dice con santa pazienza il professor Ricciardi - perché le fabbricano solo lì.
Ma le paghiamo o ce le regalano?
E qui tocca al povero ministro degli esteri, Luigi Di Maio, spiegare all’infinito che le mascherine o qualcuno te le regala, o qualcuno te le vende. E lui un po’ le ha comprate, un po’ se le è fatte regalare.
In conclusione.
Forse, anche per questo modo un po’ bislacco di concepire il nostro mestiere, fatto sta che il Premier Conte continua a salire nel gradimento degli italiani. Certe teste pensanti, però, non ci stanno. Continuano a non starci, verrebbe da dire.
Ed ecco così saltar fuori il nome di Mario Draghi.
Tutto è iniziato un paio di settimane fa, quando l’ex capo della Bce ha rilasciato un’intervista sulla situazione economica europea in cui dava il suo autorevole viatico al superamento dei vecchi parametri e vincoli debitori.
Il buon Draghi - ce ne fossero come lui nelle file della politica italiana - non ha detto altro. Non si è candidato a premier, non ha ventilato l’ipotesi di fondare un nuovo partito, di volere scendere in politica, insomma non ci ha dato l’impressione di un elefante che irrompeva nella cristalleria. Magari saremo ingenui.
Da quel giorno, però, è saltato fuori il coniglio di “Draghi premier”.
Le tv - e questa volta davvero senza eccezioni - si sono lanciate sull’osso, presentando l’eventualità come fosse al primo punto dell’agenda politica italiana.
Un ballon d’essai rilanciato all’infinito e che rimbalza ancora oggi.
Persino Matteo Salvini ha azionato disco verde. Risultato: si straparla di un nuovo governo “con tutti dentro”, e con Draghi in testa alla comitiva.
Va da sé che molti stiano cercando in tutti i modi di mettere Conte in cattiva luce di fronte agli italiani cercando di logorarlo ai fianchi. Lo capisce anche un bambino.
Quanto a Draghi - persona, a detta di chi lo conosce, assai seria - non ha posto assolutamente la sua candidatura. Dovrebbe prima dire: “Giuseppe stai sereno...”. Ma ci sembra personaggio di altro spessore.
Né Conte, dal canto suo, dà l’impressione di voler gettare la spugna. E sulla sua scrivania si trova benissimo.
Quanto agli italiani, infine, non stanno mostrando fastidio verso i provvedimenti governativi e se in tv vedono apparire Conte non cambiano canale, il che di questi tempi non è poco.
Tutto perfetto?
Macché. Figuriamoci.
Ma sin quando non si troverà il vaccino, o medicine di contenimento, la nostra traversata nel deserto è destinata a continuare.
Giorno, mese, anno in cui finirà la traversata?
Solo il buon Dio, per chi ci crede, può rispondere a simili domande. Si rassegnino i vocianti profeti della verità tutta e subito.

📸 Foto originali © Imagoeconomica

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