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La lezione di Nino Di Matteo, il pm che scalò un'altra montagna

di Saverio Lodato
Lavorare paga.
Parlar chiaro paga.
Non scendere a compromessi deteriori, non iscriversi alle parrocchiette di regime, non soccombere quando la valanga degli insulti e dell’invidia sembra sopraffarti, non barattare la ricerca della verità di quanto accadde con il piattino delle frasi fatte, della retorica insulsa e melensa sulla lotta alla mafia, alla fine, anche se molto alla fine, paga.
Anche andare in televisione, mettendoci la faccia, se non ci sono altri mezzi per fare sapere all’opinione pubblica come stanno davvero le cose, paga.
Ci sono ancora magistrati in magistratura.
E ce ne stanno più di quanti non si fosse portati a credere.
Ci sono anche tanti magistrati giovani, che non avranno già acquisito il callo del mestiere ma, di sicuro, sono armati di valori di pulizia, di una concezione rigorosa della loro funzione, della voglia, anche attraverso il loro contributo, di cambiare il Paese. Una presenza confortevole per gli italiani per bene. Come si è giunti a questo punto?
Si era tornati a votare all’indomani di uno scandalo Csm che aveva gettato nel precipizio l’immagine dei giudici di fronte agli italiani.
Roba da basso condominio, più che da basso impero.
Roba che aveva visto manutengoli, laici o in toga che fossero, spartirsi tutto lo spartibile.
Roba, insomma, che richiedeva uno scatto d’orgoglio forte, pena un lento, quanto inesorabile, declino.
E proprio qui, mesi fa, esprimemmo la nostra convinzione intitolandola: “Magistrati insorgete!”. E’ quanto è accaduto.
E ora parliamo un po’ di Nino Di Matteo, eletto qualche ora fa al CSM.
Di Matteo, diciamolo, stupisce sempre tutti: avversari, nemici giurati, e simpatizzanti, per questa sua determinazione ferrea ad andarsi a scegliere e intraprendere cause difficili, ostiche, impopolari, al limite dell’impossibile. Sarà divertente, sia detto per inciso, leggere nei prossimi giorni i commenti dei suoi nemici giurati.
Nino Di Matteo, dopo quasi un trentennio di vita blindata, si è caricato sulle spalle un processo spinosissimo che ha per tema la Trattativa fra lo Stato e la Mafia.
Processo da visionari, secondo qualcuno.
Processo proibito, secondo tantissimi.
Processo da mettere all’indice, come certi film quando offendono quello che una volta si chiamava “il comune senso del pudore”.
E perché mai?
Perché quel processo per la prima volta non vedeva alla sbarra ladri di galline o pecorai armati. Ma grandi capi mafia, uomini politici, carabinieri in alta uniforme, tutti uniti appassionatamente - secondo l’accusa - dal medesimo disegno criminale.
Un processo che provocò persino ire, tuoni e fulmini di un Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che giocò duro, mentre la galassia dei media, tranne rarissime eccezioni, si inginocchiava afasica e benedicente.
Eppure, Nino Di Matteo, con un manipolo di altri colleghi - Pm come lui - , si vide riconoscere dalla Corte d’Assise, presieduta da Alfredo Montalto, giudice a latere Stefania Brambille, le sue pesanti richieste di condanna per gli imputati. Come potevano perdonargliela?
E gliene hanno fatte di tutti i colori.
Lo hanno persino espulso dalla commissione stragi della Superprocura antimafia, dove era finalmente approdato dopo un paio di bocciature da parte di quello stesso Csm che - come osservavamo prima - aveva fatto precipitare nel baratro l’immagine della magistratura.
E anche su quel provvedimento punitivo, senza capo né coda, il Csm prima o poi sarà chiamato a pronunciarsi.
Di Matteo si era rimesso umilmente in gioco.
Aveva presentato la sua candidatura.
Era riemerso, ancora una volta, di fronte a valanghe di accuse scagliate contro di lui per aver pronunciato sul Csm frasi considerate poco “politicamente corrette”.
Oltre mille magistrati, con una concezione ben diversa di cosa sia il politicamente corretto, non hanno ascoltato le sirene di regime.
E non hanno ripetuto lo scempio di quando persino Giovanni Falcone, anche lui al termine di una sequela di sconfitte, venne bocciato al Csm. Nino Di Matteo viene eletto per cercare di cambiare questo Csm, la casa comune di una magistratura che rischiava di franare per sempre.
La malattia era grave, e andava cercato un medico di prim’ordine.

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🖋 La rubrica di Saverio Lodato

📸 Foto originale © Giorgio Barbagallo

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