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Le scelte di un Pagliaccione e la politica dei derelitti

di Saverio Lodato
E perché mai si dovrebbe andare al voto?
Perché un Pagliaccione pretende di riaprire il Parlamento a ferragosto, intenzionato a capitalizzare voti a man bassa, in nome della caccia ai migranti che affondano nei nostri mari? Ancora, alla data di oggi, non si è dimesso, e non ha ritirato la delegazione dei suoi ministri.
Non solo: non è riuscito a spiegare in modo convincente il perché della rottura (ma la rottura c’è per davvero?) di quel contratto Lega-5 Stelle che da due anni veniva spacciato come il toccasana per i mali del Paese. E dovremmo andare al voto per spianare la strada a un Pagliaccione che teme gli eventuali sviluppi giudiziari del "caso Siri" e del caso "Moscopoli"?
Solo in Italia, dove da tempo la politica è derelitta, si può assistere a un simile scempio del senso comune e dell’importanza e del ruolo delle istituzioni.
Se Matteo Salvini intendeva far sul serio, bastava che uscisse dal governo per farlo cadere. E che poi si assumesse il rischio delle conseguenze, una delle quali, in assenza ormai della vecchia maggioranza, avrebbe potuto essere proprio quella del voto anticipato.
Non lo ha fatto, timoroso com’è di perdere anche per un solo momento quelle posizioni di potere che lo mettono parzialmente al riparo dall’eventualità di grattacapi giudiziari. E ha scelto la strada breve - in realtà una furbesca scorciatoia -, di premere personalmente sul premier Giuseppe Conte, affinché gli facesse il favore di gettare la spugna, dimettendosi da solo, e evitandogli così di pagare dazio. Troppo bello per essere vero. E sappiamo come è andata.
Né poteva andare diversamente, visto che, da che mondo è mondo, nessuno può illudersi di scatenare una guerra pretendendo che il suo avversario gli firmi prima un atto di resa incondizionata.
E siamo arrivati a Giuseppe Conte.
Il quale, non solo non si è lasciato intimidire dal Pagliaccione, rimanendo placidamente al suo posto, ma un attimo dopo è andato in tv a svelare agli italiani di essere vittima di uno stalker di nome Matteo Salvini. Badate bene: Salvini non ha avuto neanche il coraggio di smentire la ricostruzione del premier.
Un gesto di autentica glasnost, quello di Conte, come avremmo detto ai tempi in cui eravamo tutti innamorati di Gorbačëv e della sua trasparenza.
E non dimentichiamo mai che se oggi il Siri del caso Arata-Nicastri-Matteo Messina Denaro, non è più sottosegretario, lo dobbiamo proprio a Conte, che riuscì a cacciarlo, mentre Salvini faceva di tutto per imbalsamarlo a vita.
Sarebbe interessante se tutta la grande stampa avesse almeno riconosciuto che a Roma, quantomeno, c’è un premier. Evidentemente le persone serie sono scomode.
Tutto quanto è accaduto dopo, infatti, attiene alla politica dei derelitti.
Si prenda finalmente atto che in Italia una vera opposizione latita da troppi anni.
Il PD è quello che è.
Neanche in una situazione come questa riesce a parlare una lingua unica e riconoscibile.
Renzi si atteggia a Salvatore in pectore della patria. A Zingaretti gli scappa la mano. E per non subire la presenza strabordante di Renzi, vagheggia di elezioni anticipate come unica via per sbarrare la strada a Salvini.
Quelli di Leu, sapendo che per loro, da tempo, ha suonato la campana elettorale, preferirebbero finire questo giro di valzer.
Berlusconi fa il Berlusconi come ha sempre fatto. Con la differenza che oggi ha solo l’obiettivo di portare in salvo un bottino di rappresentanza che si è ridotto almeno di due terzi rispetto agli anni di gloria.
E i 5 Stelle?
Tutto vogliono, tranne che il voto anticipato, sapendo che andrebbero a sfracellarsi una volta per tutte. Quindi sarebbero ora pronti ad accoppiarsi con chiunque: da Renzi a Zingaretti, da Delrio a Franceschini, persino con la stessa Lega, se dicesse che non è successo nulla. E persino i 5 Stelle hanno ormai smarrito una lingua comune.
Ma c’è un premier a Roma.
E dalla sua figura occorrerà ripartire dopo il 20 agosto. Quando - come è assai probabile - Giuseppe Conte resterà al suo posto.
E di questo non potrà non tenere conto il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il quale - e non è un caso -, sinora non ha detto una parola.
Un conto sono infatti le scelte del Pagliaccione e la politica dei derelitti.
Altro conto sono le trafile istituzionali.
Un calice amaro; che il Pagliaccione, se i nostri conti sono esatti, dovrà trangugiare sino in fondo.

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La rubrica di Saverio Lodato

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