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Chi spiegò a Palamara perché Nino Di Matteo andava cacciato?

di Saverio Lodato
Le intercettazioni del Palamara non sono ancora finite. Certo, fa specie.
Ci sono volute settimane e settimane per scoprire oggi, su "Il Fatto Quotidiano" cartaceo, che persino l’espulsione di Nino Di Matteo dalla “commissione stragi” della Procura nazionale antimafia sapeva di “zolfo”. Non ci viene niente di meglio, sotto il profilo letterario, per dire che puzzava. Eccome se puzzava.
E puzza, più in generale, questa rateizzazione del “parlato” di Palamara, dato che il buon uomo, nelle sue conversazioni, aveva il Trojan incorporato, brutta bestiaccia che spiffera tutto e subito, senza sconti, né dilazioni. Così si apprende anche, e soltanto oggi, che sarebbe stato Giuseppe Pignatone, allora in carica alla guida della Procura di Roma, a informarlo in tempi non sospetti dell’inchiesta di Perugia a suo carico.
Vero? Non vero? Boh.
Vedremo. Leggeremo.
Leggeremo, con vivo interesse, soprattutto le cronache degli analisti di quei giornali che oggi accusano il colpo delle rivelazioni pubblicate dal Fatto. A questo punto della tragedia, fangosa, ma pur sempre tragedia (a uscirne a pezzi è la magistratura, comunque la si rigiri), il nome di Pignatone, in bocca al Palamara che lo tira pesantemente in ballo, non può essere lasciato cadere nel nulla. E questo persino gli analisti pignatoniani lo capiscono da soli. Almeno si spera. Ma oggi ci preme qualcos’altro. Vediamo.
Il Palamara si lamenta - puntualmente intercettato; altra storia, invece, per quanto tempo questa registrazione sia stata tenuta tanto a lungo nei cassetti - perché Federico Cafiero de Raho, procuratore antimafia, abbia messo in commissione a indagare sulle stragi '92-'94 proprio il Di Matteo.
Sollevammo qui, a tempo debito, la stranezza di quel provvedimento.
Bizzarro, perché contraddittorio.
Un autogoal messo a segno prendendo la mira contro il portiere della propria squadra.
Ma come?
Era stato proprio de Raho a istituire dal nulla quella commissione affidandola alla guida di Di Matteo. Con la motivazione che conosceva materia e protagonisti della Trattativa Stato-Mafia.
E poi? E poi cacciato via su due piedi, con l’accusa di aver svelato segreti avendo accettato la partecipazione a una puntata di "Atlantide" su La7, per iniziativa di Andrea Purgatori, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci. Scusa, giustificazione, spiegazione, chiamatela come vi pare, che faceva acqua da tutte le parti, e fa acqua ancora oggi.
Il seguito è noto: Nino Di Matteo ha fatto ricorso; 120 magistrati d’ogni parte d’Italia hanno messo nero su bianco che Di Matteo va reintegrato al suo posto; oltre centomila italiani continuano a firmare la petizione di solidarietà lanciata qui.
Questi sono i binari possibili di una risposta democratica e va benissimo così.
Però, troppe domande pretendono risposta.
Quale “sentire comune” (in magistratura, s’intende) esprimeva Palamara lamentandosi per la scelta di de Raho di inserire Di Matteo?
Che c’entra Palamara con le stragi e la Trattativa Stato-Mafia?
Che ne capisce? Se ne è mai occupato?
E de Raho, per pura coincidenza, si trova in sintonia col Palamara. Trasecoliamo.
Ma le Procure che indagano sulle stragi, e che magari - è solo un’ipotesi - furono consultate, misero una parola buona a favore del Di Matteo o ne chiesero la testa?
Forse sono pensieri maliziosi. Ma ammetterete che quando si assiste a una così smaccata rateizzazione del "parlato", non è facile dormire sonni tranquilli.
Non è che uscirà dell’altro?

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La rubrica di Saverio Lodato

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