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Che fa il Pd?

di Saverio Lodato
La prima cosa che si capisce di questo nuovo Pd è che vorrebbe superare elettoralmente, almeno di un paio di punti, quella Linea del Disonore rappresentata dal diciotto per cento che alle ultime politiche segnò il suo punto più basso, mentre ancora imperava Matteo Renzi.
La seconda cosa che si capisce è che, per riuscirci, non sa bene cosa fare e quale direzione intraprendere.
Non giungono infatti - almeno per ora - segnali chiari all’opinione pubblica, punti programmatici di governo, innovative proposte di legge, che facciano percepire la diversità rispetto all’attuale maggioranza e che siano - visibilmente - competitivi. Né si può dire che la composizione delle liste dei candidati abbia rappresentato lo choc di cui si avvertiva la necessità, essendo, semmai, la perfetta incarnazione, quasi plastica, di una “metà del guado” che però, per gli elettori, non ha mai un particolare appeal.
Si dirà che la nuova leadership di Nicola Zingaretti non ha avuto tempo a sufficienza, essendo andata a imbattersi troppo presto in un grande scoglio elettorale; e le europee lo sono. Va anche ricordato - però - che il Pd si è concesso tempi talmente lunghi nell’affrontare la sua crisi che adesso può solo rimproverare se stesso.
Resta il fatto che, in politica, il “qui e ora” resta decisivo, e quindi sarebbe il momento, proprio per il Pd, di recuperare in qualche modo il tempo perduto. Ma come? E si torna al punto di partenza.
Dire che bisogna opporsi al fascismo o che, in materia di immigrazione, pietà l’è morta, è giustissimo in linea di principio, persino lapalissiano per un partito come il Pd. La domanda è: basterà per recuperare i voti perduti?
Gli italiani, in questi giorni, stanno assistendo a uno scontro al calor bianco fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. E su temi - almeno così sembra - non del tutto secondari per la vita della gente: questione morale, ordine pubblico, immigrazione, condizioni di vita, flat tax, autonomie, conflitto di interessi, situazione in Rai, eccetera.
Su ciascuno di questi argomenti, il Pd non dovrebbe forse riuscire a incunearsi dicendo la sua, marcando diversità e facendo la differenza? Giocando - come si sarebbe detto una volta- sulle contraddizioni degli avversari. A questo - in tutta evidenza- dovrebbe servire un partito di opposizione.
Insomma: il tema delle alleanze - è questo il punto- andrebbe momentaneamente accantonato, a tutto vantaggio delle valutazioni di merito.
Accade invece esattamente il contrario: il Pd sembra tenersi in disparte, a bordo campo, preferendo non sbilanciarsi, sparando a zero su entrambi i partners di governo e definendo il loro scontro nient’altro che una “messinscena” per confondere gli elettori. Il che lo porta a non distinguere fra due schieramenti ormai troppo divergenti per essere definiti “la stessa cosa”. Non è infatti un caso - lo rileviamo solo di sfuggita- che nessuno dei due vecchi contraenti, dopo appena un anno di governo, faccia più riferimento al “contratto”.
E va anche rilevato che la Chiesa di Papa Francesco, sul tema che più le è caro e congeniale, quello della solidarietà agli ultimi, la sua battaglia la sta facendo sino in fondo. E gli italiani, indipendentemente da come la pensano, se ne stanno rendendo conto benissimo e iniziano a interrogarsi.
Insomma, il Pd dà l’idea di confidare nel vecchio adagio che fra i due litiganti il terzo gode. Aspetta che i voti, alla fine, arrivino.
Ma in politica non funziona sempre così.
A volte, alla fine, molto più semplicemente, è uno solo dei due litiganti a godere.

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