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Il ''caso Siri'' e Sergio Mattarella

di Saverio Lodato
Sembra ci sia la mano (o la coda) di un diavoletto impertinente nel fatto che a meno di un anno dall’insediamento del Governo del Cambiamento le prime autentiche forche caudine, per le due parti contraenti il contratto, siano rappresentate dalla questione mafia, dalla questione legalità, dalla questione morale, anche se il ricorso a quest’ultima espressione ci appare alquanto sopra tono.
Il diavoletto ci vuole dire che hai voglia a dire che la mafia non c’è più, è stata debellata, sconfitta, collocata a riposo nel dimenticatoio...
Hai voglia a dire che se ne parla solo per ossessione di reduci e nostalgici...
Hai voglia a dire che i mafiosi sono ormai barboni malconci e senza arte né parte...
Il diavoletto se la ride, perché’ invece sa benissimo quanto conta Cosa Nostra, quanto è forte, quanto è ramificata nelle segrete stanze. Anche a Roma. Eh si, proprio a Roma.
E ogni tanto, il diavoletto, ci mette lo zampino, costringendo, come in questi giorni di passione, Salvini ad andare a Corleone, Zingaretti a Castelvetrano, e Di Maio nel cuore del Vallone.
Ora non sappiamo ancora se l'"affare Siri" diventerà pietra di inciampo per la maggioranza di governo.
Di sicuro, però, è diventata pietra dello scandalo.
E che pietra, e che scandalo.
Scendendo (o salendo?) dal nome di un sottosegretario leghista, Armando Siri, i magistrati delle Procure di Palermo e Roma, si sono convinti di essersi ritrovati per le mani una viscida catena criminale (e mafiosa) che condurrebbe all’imprenditore Paolo Arata, a Vito Nicastri sotto processo per mafia, sino - si ipotizza, e si teme - a Matteo Messina Denaro, capo di Cosa Nostra, latitante da 27 anni e gran tesoriere dei segreti più eccellenti circa il rapporto fra lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato sin dagli anni delle stragi.
La catena, detto per inciso, scende o sale a seconda di dove andiamo a collocare proprio la figura del Denaro. Perché la catena, da Siri a Arata e Nicastri potrebbe non scendere verso il basso, ma salire invece verso l’alto, e di molto.
Oggetto dell'affaire, le pale eoliche in Sicilia che, a onor del vero, puzzarono di mafia appena fu acceso il primo motorino di avviamento; più o meno una trentina di anni fa.
I magistrati, a tempo debito, ci comunicheranno le conclusioni del loro rapporto. Ma la Politica cosa conta di fare nel frattempo, qui e adesso?
Luigi Di Maio chiede che Siri si faccia parte. E lo chiede senza giri di parole. Matteo Salvini poco ci manca che dica che bisogna passare sul suo cadavere per dimissionare Siri.
Gli osservatori di politica italiana scommettono, ma, a leggere i giornali, non si capisce bene chi dei due diano per favorito.
In mezzo, infatti, ci sta Giuseppe Conte, il premier che al momento si trova in Cina. Dove, proverbio vuole, che siano abituati ad aspettare il cadavere del nemico seduti sulla riva del fiume. Metafora, s'intende, per ricordare che in politica a volte i tempi lunghi sono preferibili. Ma anche che, per i taoisti, lo scorrere dell’acqua è inesorabile.
Infine, non dimentichiamo che un capo dello Stato, che risponde al nome di Sergio Mattarella, di fronte anche al solo sospetto che un sottosegretario, scenda o salga per li rami sino a uno che di nome fa Matteo Messina Denaro, non sarà spettatore né disinteressato, né distratto. E troverà il modo di dire la sua.
Quanto si parlerà di mafia in questa campagna elettorale!

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La rubrica di Saverio Lodato

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