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Massimo Bordin, un leale garantista radicale

bordin massimo vertical c imagoeconomica 1005155di Saverio Lodato
Ebbi occasione, raramente, di incrociare Massimo Bordin, “la voce di Radio Radicale”, che per 30 anni sviscerò di buon mattino agli italiani ciò che bolliva nel gran pentolone della stampa quotidiana, quando ancora c’era la buona abitudine di andare in edicola. E in quelle occasioni mi accorsi del suo garbo, del suo sorriso gioviale, del fatto che stringeva la mano, che sapeva guardare negli occhi. Non era rancoroso, e, a suo modo, rispettosissimo della lealtà professionale.
In quei 30 anni, da inviato de l’Unità in Sicilia, mi trovai ad affrontare, mio malgrado, le principali pagine nere della storia mafiosa. E non furono poche le occasioni in cui lui, Massimo Bordin, dai microfoni di Radio Radicale, lesse integralmente i miei articoli, smontandoli riga per riga, parola per parola, ricostruzione per ricostruzione. Non gli piacevano, non li condivideva. E non lo mandava a dire. Ovviamente sempre con garbo, citando abbondantemente la fonte e manifestando, sull’argomento, conoscenze non superficiali. Spero adesso, in quel che dirò, di essere creduto: in trent’anni non mi è mai capitato di ascoltarlo durante una di queste intemerate. Per la banalissima ragione che, quando lui andava in onda, io ancora dormivo sonni profondi. Ognuno ha il suo metabolismo.
Ma quante volte! E quanta gente, incontrandomi, poi mi diceva: “Stamattina Bordin te le ha cantate, te ne ha dette quattro... ma che hai scritto su l’Unità?”.
Un giorno, incontrandolo, un po’ anche per sfotterlo, glielo dissi: “Guarda che quando mi attacchi io dormo...”. E lui, di rimando: “Dormi, dormi... che è meglio”. E rise di gusto.
Ho voluto ricordare questi precedenti per far capire che fra noi non c’era acrimonia. Come non ce ne fu neanche il 28 ottobre 2014, quando, di pomeriggio, ci incontrammo davanti al Quirinale.
Eravamo lì per l’audizione di Giorgio Napolitano, capo dello Stato, da parte della Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto e giudice a latere, Stefania Brambille, nel processo per la Trattativa Stato-Mafia. Udienza delicatissima, a porte chiuse, preceduta da un mare di polemiche.
Quella sera, nessun corrispondente dei giornali stranieri, accreditato a Roma, decise di presentarsi. E così ci ritrovammo, in pattuglia sparuta, in rappresentanza di solo qualche quotidiano (L’Unità era già passata a miglior vita e io, ormai, scrivevo su ANTIMAFIADuemila). Massimo Bordin, invece, c’era. Perché c’era “il fatto” e lui non voleva mancare. Non so perché, ma in quell’occasione, mi abbracciò calorosamente e io naturalmente ricambiai. Lui sapeva perfettamente quanto bolliva in pentola su un argomento tanto scabroso. E forse, abbracciandoci, ci sentimmo in qualche modo entrambi reduci.
Questo dovevo alla sua memoria.
Altra storia, purtroppo, è quella che riguarda il modo in cui i radicali e Radio Radicale trattarono per trent’anni la storia della mafia e dell’antimafia. Le campagne violente, a volte becere, contro i giudici che, con il loro lavoro, rischiavano la vita. A cominciare da Falcone, Borsellino e dall’intero: “Pool antimafia”. Dietro l’apparente scudo del garantismo radicale, andava a rincantucciarsi un po’ di tutto: dal corrotto al delinquente, dal mafioso al politico prestato alla mafia, a tutti quei rappresentanti delle forze dell’ordine che via via finivano alla sbarra per complicità con Cosa Nostra. Così andavano le cose.
E se in Sicilia, in una certa fase politica, Cosa Nostra decise di dirottare i suoi voti proprio sul partito radicale - come è processualmente accertato e documentato - qualche ragione dovrà pur esserci.
Che poderosa lotta alla mafia avremmo avuto in Italia, se i radicali l’avessero sostenuta e fiancheggiata sin dall’inizio. Ma andò diversamente.
Leggo in queste ore le ricostruzioni, dettate dalla prematura scomparsa di Massimo Bordin, di tante autorevoli firme sui nostri quotidiani.
Belle parole. Belle petizioni per tenere in vita Radio Radicale. Tanti volemose bene. Il tempo cancella ogni cosa, questo si sa.
Ma perché nessuno vuol ricordare la posizione che su mafia e antimafia assunsero i radicali? Come se la Mafia fosse per tutti un ingombrante convitato di pietra da tenere lontano persino dalle commemorazioni funebri. Questo ci dà fastidio. E forse avrebbe dato fastidio anche a Massimo Bordin, che quando “il fatto c’era” non era solito girarci attorno.

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