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Beppe Fiorello, Domenico Modugno e il sud che non c'è più

fiorello beppe 850di Saverio Lodato
Gli italiani che hanno amato Modugno sono invecchiati, inevitabilmente. Ma non mollano. Cantano ancora, canticchiano, stonano Volare o L’uomo in frac, capiscono benissimo, alla fin fine, di non essere vissuti in un mondo, o sotto un cielo, dipinto di blu, ma al richiamo di quanto questo mondo sia meraviglioso, non sanno resistere, accorrendo partecipi, appena se ne presenti l’occasione, al ricordo forte e commosso di un sogno che segnò l’Italia, che fu sogno di miracolo economico, di emigrazione a lieto fine, di primi apparecchi televisivi, prime lavatrici, e autostrade polverose, niente pedaggio ancora, percorse a marcia bassa su auto sgangherate e al centro della carreggiata.
Domenico Modugno, riascoltato oggi, è un passepartout per tornare a anni nostalgici, quelli di illusioni, speranze e sogni traditi.
Diremmo che quell’Italia non c’è più.
Anche perché, a volere essere più esatti, quell’Italia non c’è mai stata.
Diremmo istintivamente che Modugno ci riporta all’età della pietra, diremmo che siccome, quasi per definizione, il mondo cambia e - vivadio - quasi per definizione deve pur cambiare, potrebbe sapere di vecchiume e di stantio questo ritorno agli albori della Cinquecento e della Vespa per tutti. Ma lo diremmo, più che istintivamente, anche con insopportabile dose di superficialità.
Se infatti fosse davvero così, perché quegli italiani, di cui dicevamo all’inizio, che hanno amato Modugno, e che sono invecchiati, ancora oggi non resistono al suo richiamo, quello di un cielo che davvero potrebbe essere dipinto di blu?
L’altra sera, a Palermo, al cine teatro Golden, con 1200 posti a sedere esauriti, mi è capitato di assistere al noto spettacolo - è aggettivo che non adopero a caso, trattandosi della trecento cinquantesima replica in Italia, da quattro anni a oggi - di Beppe Fiorello, dedicato proprio alla figura di Domenico Modugno. Non dirò della bravura che suscitava emozione nel pubblico, non dirò dell’immedesimazione dell’attore nel cantante, non dirò, insomma, cose che risulterebbero assai banali, essendo da tempo risapute, oltre che dette e scritte da addetti ai lavori e specialisti.
Dico solo, però, che le splendide parole e note delle canzoni di Modugno, rilanciate e riproposte da Beppe Fiorello, trovavano un contrappunto visivo, ma non solo visivo, nella scenografia dell’intero spettacolo e nelle citazioni in esso contenute.
La tragedia della miniera di Marcinelle, in Belgio, nel 1956, dove restarono per sempre, e sottoterra, 262 lavoratori, dei quali 136 erano italiani.
Il trapianto violento, nel Sud Sicilia, nella Baia degli Dei, del Polo chimico di Augusta, scempio industriale, in luogo di sabbia rosa e millenari siti archeologici. O il costante riferimento - tanto di attualità in questi giorni - all’altro scempio coevo, quello di Taranto e della sua area industriale. E qui siamo costretti a fermarci: perché Taranto è Puglia, e la costa del siracusano, invece, Sicilia.
Ma Domenico Modugno, che era pugliese, per farsi famoso nell’Italia di allora, ascoltando il consiglio di un amico, si fece siciliano, come accento e dialetto, perché allora, in Francia e a Parigi, che erano la meta sognata dagli artisti italiani, Il Siciliano tirava di più. E’ così che accadde il miracolo.
Il padre di Beppe, e di tutti i fratelli Fiorello, amava Modugno, lo amava incommensurabilmente, e riempiva la casa delle sue canzoni. Ma loro non erano, e non sono pugliesi, sono di Augusta, nel siracusano appunto, dove, per la festa di San Giuseppe, il santo patrono, veniva battuta all’asta - non sappiamo se la tradizione viva ancora oggi - una pertica di torrone di mandorle, della ragguardevole altezza di tre metri. E puntualmente, ogni estate, se l’aggiudicava, a suon di dollari, un siculo americano che aveva fatto fortuna negli States, e che tornava per l’occasione.
Si chiamava - e Beppe Fiorello lo ricorda durante lo spettacolo - Joe Conforte. Amico di Frank Sinatra e Dean Martin, si conquistò le pagine dei giornali americani quando inaugurò, in Nevada, il primo bordello ufficiale, dunque legale, degli Stati Uniti d’America. Un Siciliano, a modo suo, Joe Conforte, ma un siciliano.
Dicevamo del miracolo che scaturì da quell’incontro - mediato musicalmente da Modugno - fra Puglia e Sicilia. Di quel sogno che, muovendo dal Sud, divenne a un tratto sogno dell’Italia intera.
Vennero altri anni, dopo quelli del miracolo economico. Tramontarono mestamente gli uomini in frac e papillon. Il cielo - semmai lo era stato - non fu più dipinto di blu. Il mondo, che forse era stato meraviglioso, lo divenne sempre meno. E a un tratto, come a riassumere tutto, è apparsa, l’altra sera, una foto ritratto in bianco e nero di Pasolini.
Alle nostre spalle, intanto, una anziana signora, alla fine dello spettacolo, non faceva che ripetere: “Grazie per averci restituito il sogno… grazie per averci restituito il sogno”. E tutti cantavamo ancora, anche se prendendo qualche inevitabile stecca.

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