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Gli assassini di Paolo Borsellino sono ancora fra noi

lodato saverio cprof 2 c paolo bassani 2018di Saverio Lodato
Guarderemo con molto interesse a questo ventiseiesimo anniversario della strage di via d’Amelio. Non possiamo, infatti, ricordare Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano, sempre allo stesso modo. Con le stesse stucchevoli parole adoperate in quest’ultimo quarto di secolo. Con la medesima alluvione di retorica alla quale in troppi hanno fatto ricorso, pur di non cercare mai la verità a un palmo del loro naso.
Diciamolo una volta per tutte: ci siamo nutriti di favolette buone per tutte le stagioni antimafia. Che spiegavano tutto e niente. Che ci aiutavano a tirare a campare.
Ci siamo nutriti della favoletta che uno come Paolo Borsellino, ucciso ad appena 57 giorni dall’uccisione di uno come Falcone, avesse pagato con la vita per esclusiva decisione di un gruppo di sanguinari pecorai, guidati da Totò Riina. Questa favoletta, non si offenda nessuno, ci è servita da ninna nanna che conciliava il sonno, quando qualche soprassalto di coscienza ci faceva dire che le cose invece erano andate assai diversamente.
Ora lo sappiamo ufficialmente. Ora lo dicono le carte delle corti d’assise: non per mano di soli pecorai, non per mano di solo Riina, morì il giudice Paolo Borsellino.
È vero, verissimo, che tanto ancora resta da scoprire.
E vero, verissimo, che pochi tasselli, per quanto dirompenti, non disegnano ancora il puzzle complessivo; che un quarto di secolo rappresenta un’eternità, e si poteva arrivare alle conclusioni di oggi molto prima.
È altrettanto vero, altrettanto verissimo, che molti mandanti carnefici di allora, restano nell’ombra, incappucciati. Sono ancora fra noi.
Quei pochi tasselli, ormai acquisiti, ci fanno dire che Paolo Borsellino pagò per essersi messo di traverso mentre altri, rappresentanti del Potere statuale e dei Poteri Occulti, stavano trattando alla grande, in gran segreto, predisponendosi al tradimento, con i capi di Cosa Nostra.
Quei pochi tasselli oggi ci fanno dire che fu proprio questa “causale” ad imprimere l’accelerazione temporale della strage.
Paolo Borsellino doveva morire subito. Al più presto possibile. Perché troppo aveva capito. E dunque, troppo presto avrebbe tirato le fila di quell’indagine appuntata sinteticamente nella sua agenda rossa.
Quell’agenda rossa che non è mai stata trovata.
Che non fu fatta scomparire dai pecorai o da Totò Riina. Ma da azzimati uomini in divisa, molto probabilmente gli stessi, anche se non tutti, che si diedero da fare - per dirla con le parole dei giudici della corte d’assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, giudice a latere, Janos Barlotti, - per il “più grande depistaggio giudiziario della storia d’Italia”.
Ci sarà spazio, in questo anniversario, per una lettura, di quanto accadde in via d’Amelio, che metta per sempre alla porta la retorica e le favolette?
Campeggerà, almeno ventisei anni dopo, quella parola “Stato”, tanto presente nella sentenza della corte d’assise di Palermo, presidente Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille, che si è recentemente conclusa con pesantissime condanne per gli imputati proprio del processo sulla trattativa Stato-Mafia?
Ce l’auguriamo.
E su tutti i familiari di Paolo Borsellino, mai come in questo anniversario, incombe il peso di dare sino in fondo il loro contributo affinché la favoletta finisca per sempre.
Tutti dovremmo almeno cominciare a dire, con nettezza, in pochissime e chiare parole, perché Paolo Borsellino andò a morire.

Foto © Paolo Bassani

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