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Nel reportage di Diego Bianchi (Zoro), Cristo si è fermato a San Ferdinando

di Saverio Lodato
Sono rimasto inchiodato sul divano, l’altra sera, guardando il lungo e denso reportage di Diego Bianchi (in arte Zoro), trasmesso a Propaganda Live, su La7. E non penso di essere stato l’unico.
Telecamera incalzante, sbattuta su San Ferdinando, il paesino inferno della Calabria, nel vibonese, dove un 'ndranghetista - non sappiamo se per affiliazione, ma certamente lo è di fatto -, ha assassinato, con una sola fucilata al centro della testa Soumayla Sacko, il giovane maliano di 29 anni, che si stava portando via un pezzo di ferraglia arrugginita. Con questo materiale si stava facendo una casa, a pochi metri da lì. Anche Robinson Crusoe dovette costruirsi una casa, ma era naufragato su un'isola deserta. Soumayla Sacko, invece, era naufragato nella civilissima Italia.
Delitto razziale e razzista, certo. Perché di pelle nera l’ucciso, di pelle bianca, il giustiziere. Delitto barbaro. Dal movente atavico: questa è casa nostra; tu non prendi quello che vuoi; dovete tornarvene tutti da dove siete venuti; noi bianchi, a voi “negri”, vi spariamo in testa uno a uno. Come quando un cane, dopo aver pisciato per terra, ringhia a chi osa attraversare quel confine. Perché di questo si è trattato.
Ma il reportage (documentario verità? Film in miniatura?) di Diego Bianchi squarciava, con le sue immagini, i tanti veli dei luoghi comuni sull’argomento che si è imposto da mesi e mesi all’attenzione degli italiani. I quali, sull’argomento, si sono fatti placidamente cucinare a puntino.
In quel paese, San Ferdinando, comanda la 'Ndrangheta. In quel paese, i cosiddetti "negri" sono braccianti sfruttati, sottopagati, privi di casa e di assistenza, vittime di quel caporalato che ha, in una questione meridionale mai risolta, le sue origini avvelenate. Quindi, ad armare la mano dell’assassino, hanno contribuito almeno tre fattori: il pregiudizio razziale, l’idolatria del danaro, una visione dei rapporti umani figlia di una concezione criminale e delinquenziale, da quelle parti altrettanto secolare. Un nodo difficile da sciogliere, a colpi di slogan propagandistici, facili, facili.
Vedendo scorrere le immagini, veniva da chiedersi da che parte stessero gli uomini e da che parte stessero le bestie. Chi fossero gli uomini. Chi fossero le bestie.
Erano uomini, con tutta la loro rabbia e il loro dolore urlati al vento, quelle decine e decine di amici e compagni, braccianti come lui, africani come lui, amici di Soumayla, che correvano sull’asfalto, in direzione del paese, per manifestare in corteo e essere ricevuti dalle autorità cittadine. Piangevano. Urlavano. Appiccicavano le foto del compagno morto a scatoloni di cartone che mettevano in mostra sul manubrio delle biciclette. Rappresentavano un pezzo di “Africa nera” tradita dal “sogno italiano”. Gridavano che per loro non c’è, dalle nostre parti, nessuna “pacchia”. E molti di loro sono persino di nazionalità italiana. Un pugno di uomini, dunque, sulle cui spalle è finito il fardello di tenere alta la dignità dell’uomo, la dignità dei suoi diritti, economici e sindacali, la sua voce, la sua libertà.
Li guida Aboubakar Soumahoro, provenienza Costa d'Avorio, dall'italiano perfetto, che non solo cita Giuseppe Di Vittorio, ma pronuncia anche parole pesanti su ciò che è diventata la sinistra italiana.
Poi lo spettatore vedeva i passanti di razza bianca. Con il pigmento in regola, verrebbe da dire. Vedeva gli automobilisti infastiditi dal traffico. Le persone affacciate alle finestre. E ascoltava le loro parole pronunciate ai microfoni dei pochi giornalisti presenti. Parole di disprezzo, astio, ignoranza e meschinità.
Gli unici uomini presenti sulla scena del servizio erano i neri.
E gli altri? A quale razza di uomini appartenevano tutti gli altri?
Difficile dirlo.
Un cane è più facile da riconoscere: un cane è un cane.

Guarda il servizio di Diego Bianchi dal minuto 65



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