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Ora tocca ai 5 Stelle difendere Sergio Mattarella

di Saverio Lodato
In Italia stiamo iniziando a sentire il fetore di America Latina anni ‘70. In troppi, ripetono ormai che se “Piazza” deve essere, “Piazza” sarà. Si vedono in giro troppi sbandieratori, di ogni contrada e colore, che gridano alla democrazia tradita, al popolo ingannato, alla Costituzione stravolta, al Palazzo da espugnare, con le buone o con le cattive. E non vorremmo che il passo successivo fossero le “pentole” di cilena memoria, anche se per fortuna, essendo in Italia, resta sempre la speranza che, prima o poi, si finisca tutti per andare all’osteria.
Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, oggi si ritrova nell’angolo, isolato, aggredito verbalmente per non avere accettato il nome di un ministro che gli veniva proposto, da 5 Stelle e Lega.
La scena non ci piace. Soprattutto adesso che nei social iniziano a circolare deliranti minacce di morte di stampo mafioso rivolte proprio a Mattarella e per di più condite con riferimenti, gravi e  grevi, all’uccisione di suo fratello Piersanti.
Sarebbe bene, in queste ore, che i servizi segreti del nostro Paese centuplicassero gli sforzi per capire bene cosa si stia muovendo in quel ventre nero italiano, sordido e criminale, che non ha mai rinunciato a giocare le sue partite quando si trattava di rallentare, frenare, inceppare la democrazia.
Un quarto di secolo fa, lo stragismo mafioso mise in ginocchio l’Italia. Seminò stragi e lutti. E solo ora, grazie a una sentenza di Corte d’Assise a Palermo, si è scoperto che dietro la mafia c’era un gran bel pezzo di Stato italiano che con quella stessa mafia andava a braccetto e trattava placidamente.
Noi da tempo li abbiamo ribattezzati lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato.
È vero. È trascorso un quarto di secolo. Totò Riina è morto. Ma in Italia un Totò Riina, se serve, si trova sempre. E da che mondo è mondo i Totò Riina del momento non aprono profili Facebook, preferiscono strade, diciamo così, meno “virtuali”.
Tutto ciò premesso.
Da quasi tre mesi è andato avanti il tentativo di formare un governo. Ma già la sera del 4 marzo, con i numeri usciti dalle urne, tutti sapevamo benissimo che gli italiani non avrebbero mai potuto avere un governo bello, biondo e con gli occhi azzurri.
A questo scopo - quello di una programmatica eterna ingovernabilità -, non dimentichiamolo, aveva lavorato, scientemente Matteo Renzi. Ettore Rosato si prestò a far da manutengolo per l’"imbroglio” - (leggasi il Dizionario Italiano ragionato del D’Anna) - di Renzi, firmando una legge elettorale che è stata la vera culla dei giorni grami che stiamo vivendo. Una legge fatta per impedire ai 5 Stelle di ottenere la maggioranza in Parlamento.
Ma come è noto, cosa fatta capo ha, e un governo lo si doveva pur fare.
E qui torniamo a Sergio Mattarella, chiamato alla culla di un governo che, lui per primo, sapeva benissimo non sarebbe cresciuto bello, biondo e con gli occhi azzurri.
Secondo noi, Mattarella ha dato a tutti secondo il dovuto. Chance al centro destra. Chance ai 5 Stelle. Chance a 5 Stelle e Lega. Chance a 5 stelle e Pd. E ancora, daccapo: chance a 5 Stelle e Lega. Poi si è “ritratto” - che è cosa diversa dal dire si è “impuntato” - di fronte al nome di Paolo Savona indicato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio quale ministro dell’economia.
Mattarella aveva le sue buone ragioni?
Savona altro non era che il Cavallo di Troia dal cui ventre, un minuto dopo, sarebbero usciti i Sovranisti armati che avrebbero messo a soqquadro l’Europa?
Insomma: quel nome rappresentava il virus che avrebbe mandato in default tutto il Sistema Italia? Non sappiamo rispondere a questa domanda. E non lo sapremo mai. Troppe se ne sono dette e scritte in questi giorni. Ma è innegabile che ormai la partita era abbondantemente truccata.
Giusto per essere precisi, ricordiamo il responso delle urne del 4 marzo: primo partito i 5 Stelle, con oltre il 30 per cento dei voti; secondo, il Pd, con il 18, voto più voto meno; terzo la Lega, con il 17; quarto, e ultimo, Forza Italia e Berlusconi, con il 14. Il giochetto delle coalizioni, voluto da Matteo Renzi e dal suo scriba Rosato, è stata dunque  la vera “cintura di castità” imposta al voto degli italiani.   
Concludendo.
I 5 Stelle, che avevano stravinto le elezioni, sono stati costretti a far le capriole pur di entrare a far parte del nuovo governo. Ancora una volta, da soli, e avendo tutti contro. Anche la maggior parte dei media che vituperava loro come il peggior populismo, ignorando l’esistenza di un signore di nome Matteo Salvini. E ancora.
Silvio Berlusconi, che aggrappato alla sua coperta elettorale sempre più stretta, difendeva interessi economici personali e piccole rendite di posizione e cortigiani della prima ora.
Matteo Renzi, che indifferente alla catastrofe alla quale aveva ridotto il suo partito, si godeva il lecca lecca degli effetti della legge Rosato. Lo stesso Pd, incapace di interdire (politicamente, s’intende) una volta per sempre Matteo Renzi.         
Matteo Salvini, il furbacchione che voleva stare in sella a due cavalli: l’alleanza con il caro Silvio e il governo, in proprio, con Di Maio.
I sondaggi adesso dicono che se si tornasse a votare, la Lega raddoppierebbe i suoi voti. Si vedrà. Ma né Salvini, né Di Maio sono diventati premier.
Ora che tutti hanno capito dove portava “il gioco sporco” di questi 3 mesi, sarebbe bene che i 5 Stelle si congedassero definitivamente dal loro compagno di traversata. Inseguire Salvini “in piazza”, a suon di slogan demagogici, non li porterebbe più da nessuna parte.
L’agenda politica impone oggi altre due scadenze prioritarie.
Mettere in sicurezza il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Non far più regali a Matteo Salvini, visto che ne ha già ricevuti abbastanza.
Sta bene dove sta: con Silvio Berlusconi.

Foto © Imagoeconomica

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