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Coccodrilli PD, troppo tardi per piangere

di Saverio Lodato
Ora piangono lacrime di sangue. Si infuriano. Minacciano fuoco e fiamme. Capovolgono i loro giudizi, una volta canterini, negli anatemi più sprezzanti. Chiudono le sezioni "per dignità”. Il giocattolo si è rotto, ma loro volevano continuare a giocare.
Verrebbe da dire: povero Pd. Poveri resti di quello che furono i Ds. Poveri rimasugli di ciò che fu il Pci.
Un accanimento terapeutico che durava da troppi anni. Anni in cui in troppi sono stati Ossequiosi al Capo. Fedeli al Capo. Pappagalli che ripetevano, senza tema di vergogna, le formulette di rito coniate dal Capo. E tutti smaniosi di entrare a far parte, chi prima e chi dopo, nel cerchio magico del giglio magico, adesso che si ritrovano in mutande, non sanno farsene una ragione. Dal momento che anche loro rispettavano il credo marziale: "Leccare, obbedire, combattere", non riescono a capire come mai qualcuno, che "ha leccato meglio degli altri", è riuscito a farsi candidare, mentre loro, che non erano da meno degli altri, oggi restano a spasso.
Bisognava essere sordi, ciechi e catatonici, per non capire di che pasta fosse fatto il Grande Rottamatore, Matteo Renzi.
Ora che le Poltrone, in un gioco di prestigio, sono evaporate, sono diventati tutti Masaniello della prima ora.
È una sfilata dolente di Coccodrilli che piangono fuori tempo massimo.
Vogliamo essere chiari: persino quelli che fecero la scissione, dando vita a Liberi e Uguali, erano già fuori tempo massimo, ritardatari cronici della lacrimuccia, nel capire di che pasta fosse fatto il Gran Rottamatore, Matteo Renzi.
Eppure, loro che alla fine se ne sono andati, ci appaiono adesso veggenti alla Tiresia, rispetto a questi che "oggi" minacciano di andarsene.
Dicevamo di questa lista dolente di Coccodrilli che piangono in ritardo.
Costretti a stringere i denti quei ministri di un governo in carica, compreso il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, cacciati a forza nell'arena per racimolare voti da portare nel salvadanaio del Gran Rottamatore, Matteo Renzi. Ma anche qui: non tutti i ministri - che almeno sarebbe stata regola che valeva per tutti - perché quelli che non garbavano al Capo, in lista non ci sono.
Le minoranze interne al Pd prese a pesce in faccia. Andrea Orlando e Michele Emiliano, che tanto credevano nella possibilità di cambiare questo Pd "dall'interno", si accorgono adesso che il loro antagonista, gli ha sfilato sotto gli occhi la cassetta con i ferri del mestiere. Non è facile farsene una ragione.
Onore al merito a Gianni Cuperlo, che almeno ha fatto un passo indietro. Ma gli altri?
Rosario Crocetta, tenuto politicamente in vita dalla bombola d'ossigeno di quei renziani che in privato si dicevano imbarazzati dalla sua presenza, adesso, senza poltrona, minaccia di riprendersi il Megafono.
Programmi barricaderi dalle prime parole di Beppe Lumia, anche lui messo alla porta, con sei - dicasi: sei, 6, - legislature alle spalle. Caso a parte, Antonello Cracolici, il quale annuncia che il 5 marzo "sarà il giorno degli addii". E perché non il 2 o il 3 marzo? Cosa aspetta ancora di vedere il prudente Cracolici?
A Renzi, interessava soprattutto mettere in salvo Maria Elena Boschi e Luca Lotti, e poi, a scendere a scendere, gli altri componenti del giglio magico.
Avrà avuto - e ha - sicuramente i suoi buoni motivi. Non bisognava essere dei De Gaulle per capirlo.
Gli staranno simpatici, e anche questo si capisce, Pierferdinando Casini, catapultato a Bologna, e Beatrice Lorenzin, catapultata a Modena. Molto, molto simpatici, a dire dai collegi che ha scelto per loro.
Altra storia, infine, quella dei Radicali. Una delle gambe elettorali di questo centro sinistra sarà rappresentata infatti dalla lista guidata da Emma Bonino.
La quale, a domanda sull'eventualità di larghe intese Berlusconi-Pd, non ha fatto una piega: "Si vedrà. Ma mai con Salvini. Con Berlusconi ho già governato". Già. E con lei, a governare con Berlusconi, c'era anche Marco Pannella. Anche la Bonino deve stare simpatica a Renzi, chissà perché.
Meditate Coccodrilli, meditate.

Foto © Ansa/Angelo Carconi

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