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I giornalisti ospedalieri che vogliono liberare Marcello Dell'Utri

di Saverio Lodato
Per molti, in Italia, la mafia è un reato di opinione. Un’idea poco condivisibile. Una tesi eccessiva, un azzardo del pensiero, una filosofia minoritaria. Roba da elite, da salotti e terrazze romane.
Insomma: assassinare la gente, non è altro che il risultato di una particolare lettura delle cose del mondo e delle cose della vita. Sbarazzarsi fisicamente di magistrati, poliziotti, carabinieri, sacerdoti, imprenditori, uomini politici, giornalisti, medici, collaboratori di giustizia, parenti, conoscenti, testimoni e passanti, fare stragi e stragette, far saltare autostrade e interi condomini, è un inevitabile incidente di percorso, quando qualcuno si mette di traverso non condividendo, appunto, quella lettura delle cose del mondo e della vita che include la possibilità di assassinare la gente. Potrà sembrare prolisso e ripetitivo, ma il concetto dovrebbe essere chiaro.
Si può spiegare solo così l’esistenza (e l’insistenza) di Squadre di Pronto Intervento Sanitario, composte dal fior fiore del giornalismo e dell’opinionismo, stampato e televisivo, che si esprimono con le loro migliori corde retoriche, quando si fanno persuasi che lo Stato vuole Uccidere Il Mafioso.
Quando se ne persuadono, si scatenano. E sono guai per tutti. Vanno a prestito da Socrate e Platone, da Dickens a Victor Hugo, da Zola a Manzoni, a Sciascia, ovunque ci siano cicute, giustizie ingiuste, giustizie lente, giustizie partigiane, colonne infami, proverbiali casi giudiziari, condannati a morte, torture, sevizie, patiboli e nodi scorsoi da evocare.
Le Squadre di Pronto Intervento Sanitario non vanno per il sottile, pur essendo dotate di pensiero sottile, e fanno un gran fracasso letterario.
A proposito: l’affermazione più divertente, sull’argomento, l’abbiamo sentita in televisione qualche sera fa; un bravo spirito libero di Sicilia, non ci viene definizione migliore, anche lui a modo suo assai sottile, ha sentenziato, con l’aria di chi metteva le cose a posto, con un bel carico da novanta, una volta e per sempre: “C’è la lotta alla mafia!”. Poi, dopo una impercettibile pausa da cabaret: “E c’è l’antimafia! Che è un’altra cosa”.
Il che sarebbe come dire che in Italia ci fu la lotta al fascismo, e ci fu l’antifascismo! Bella scoperta. Un po’ come dire che c’è la lotta alla ruggine, e c’è l’antiruggine, che è altra cosa. E vale anche per il calcare, contro il quale combattono gli idraulici, o la lotta alle erbacce, condotta dai giardinieri. Ma il bravo spirito libero di Sicilia voleva dare una stoccatina ai magistrati antimafia, che era la cosa che più gli stava a cuore. Lo abbiamo colto al volo e ci ha ispirato molta tenerezza.
C’è da aggiungere anche che le Squadre di cui sopra, di solito, preferiscono andare in soccorso di mafiosi in giacca, cravatta, bombetta e guanti bianchi. Ma questo è altro discorso.
La storiella infatti va avanti, e si ripete, ormai da quasi una quarantina di anni. Da quando, finalmente - e vivaddio - un consistente numero di mafiosi iniziò a frequentare le patrie galere, in controtendenza con i decenni precedenti quando dei mafiosi si negava persino l’esistenza. E le galere restavano vuote di mafiosi.
A quante campagne, letterarie e in punta di coscienza, oltre che di diritto, abbiamo assistito noi che allora, sia pur giovanissimi cronisti, già c’eravamo...
Da Michele Greco a Bernardo Provenzano a Totò Riina a Totò Cuffaro, a Marcello Dell’Utri, le Squadre di Pronto Intervento Sanitario hanno sempre svolto egregiamente il loro lavoro.
Erano petulanti allora, e sono petulanti oggi, per la semplicissima ragione che non sono credibili. Avessero chiamato i mafiosi con il loro nome, quello appunto di “mafiosi”, li avremmo ascoltati con più riguardo. Avessero mai rivolto a lorsignori un invito al pentimento, alla collaborazione con lo Stato, li avremmo presi in simpatia.
Invece no.
Sul punto, glissano.
Il giudice antimafioso (o che fa la lotta alla mafia, che per noi, ma non per loro, è la stessa cosa) lo odiano, lo detestano, lo mettono in berlina, vorrebbero portarlo alla sbarra. Il mafioso no.
Lo coccolano, lo rispettano, appena possono se lo portano in tv, ne enfatizzano il punto di vista vittimistico, convinti come sono che ogni mafioso che finisce in cella non è altro che un novello Socrate ingiustamente chiamato a pagare per quei “reati di opinione”, “idee poco condivisibili” e “azzardi del pensiero” cui facevamo riferimento all’inizio. Per ciò, li ascoltiamo distrattamente.
Tutti avranno capito che in questi giorni, la palma di Moderno Socrate è stata unanimemente attribuita dalle Squadre del Pronto Intervento Sanitario a Marcello Dell’Utri.
Del quale pensiamo che, se le sue condizioni di salute non sono compatibili con la detenzione, ha da essere prontamente assegnato ad altre forme di detenzione, per espiare la pena alla quale è stato condannato in via definitiva senza per questo non garantirgli tutte le cure sanitarie necessarie. E resta, per noi materia per giudici e medici.
Ma per favore, i petulanti, ogni tanto, trovino anche qualche buona occasione per stare zitti.

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