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Giovanni Falcone non era un visionario

falcone lodato visionariodi Saverio Lodato
E nessuno ne parla. E nessuno ne scrive. E nessuno ha il coraggio di dire che due più due fa quattro. Si è parlato tanto, in questi mesi, della Via Crucis dei processi per la strage di via d’Amelio, anche per effetto delle dichiarazioni dei figli di Paolo Borsellino, preoccupati che alla fine non si vada da nessuna parte; ma anche perché certi giornalisti a quattro zampe non vogliono perdere l’occasione di infangare gratuitamente Nino Di Matteo.
Niente, invece, neanche una parola, su quanto è scritto nelle 1581 pagine della sentenza di Caltanissetta, per il processo bis della strage di Capaci (presidente Antonio Balsamo, a latere Graziella Luparello).
Sentenza - invece - che meriterebbe grande attenzione, e approfondita conoscenza, perché dentro ci stanno tante cose che dovrebbero farci riflettere. Ma la lotta alla mafia, in Italia, si fa così.
Un po’ per convenienza, un po’ per spirito retorico. Un po’ per tornaconto personale. Per essere più chiari: un po’ per nascondere interessi privati in atti d’ufficio. Un po’ per calunniare a ondate successive giudici e collaboratori di giustizia, investigatori e persone che non piegano la testa. Un po’ per fare deragliare processi scomodi, urticanti per il Potere, che si sa come nascono ma non si può mai sapere dove andranno a parare.
Leggiamo insieme, a esempio, questo passaggio chiave della sentenza- Balsamo: "Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa Nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni".
Ci sembrano parole chiare. E allarmanti. Ma nessuno intende raccoglierle.
Recitiamo la parte di quelli che cadono dal pero, ponendoci questa domanda: che motivo avrebbero avuto questi elementi esterni a Cosa Nostra per ritrovarsi d’accordo con la strage di Capaci? Tanto da incoraggiarne le azioni?
Se la mafia fosse soltanto mafia, ieri come allora, perché mai dovrebbero fare capolino nelle pagine di una sentenza processuale altri convitati di pietra non meglio identificati? I giudici, in quel caso, avrebbero lapidariamente scritto: di sola mafia morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Solo di mafia. E di nient’altro.
E da tempo non se ne parlerebbe più.
Siccome a nessuno, in materia come questa, è consentito cadere dal pero, riproponiamo la domanda sotto altra forma.
Se la mafia fosse stata, e fosse tutt’ora, soltanto mafia, perché mai Giovanni Falcone avrebbe sentito la necessità di fare riferimento a “menti raffinatissime”?
Qualche giorno fa, su questo giornale, avevamo scritto: "Le “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone diventano un ippocampo giudiziario, mostro con il corpo di cavallo e la coda di pesce, che per ciò stesso è difficile ritrovare in natura. Figurarsi se l’ippocampo di falconiana memoria, può essere portato alla sbarra. E anche i “mandanti esterni”, come le “menti raffinatissime”, diventano figure processuali di zoologia fantastica".
Il processo bis sulla strage di Capaci non ha portato, e non poteva portare, all’individuazione di “mandanti” e “menti raffinatissime”.
Ma la sentenza-Balsamo ci dice che la mafia non fu solo mafia, ma intreccio perverso con altri soggetti (criminali e di potere) che qualcuno vorrebbe tanto far passare per figure di zoologia fantastica.
A chi ci riferiamo?
Esattamente agli stessi giornalisti a quattro zampe che stanno facendo finta di non accorgersi del modo in cui a Caltanissetta si è concluso, un quarto di secolo dopo, il secondo processo per la strage di Capaci.
Conferma - se ce ne fosse ancora bisogno - che Falcone non era un visionario.

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La rubrica di Saverio Lodato

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