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Nino Di Matteo, e il giornalismo a quattro zampe

di matteo lodato 610di Saverio Lodato
Ma quanto è rognosa, imbarazzante, politicamente scorretta, urticante, ingestibile e indigeribile, questa recentissima audizione di Nino Di Matteo alla commissione antimafia sull’infinita via crucis delle indagini e della mezza dozzina di processi sulla strage Borsellino.
Audizione secretata, come è giusto che sia.
E su richiesta dello stesso Di Matteo, il quale, essendo a conoscenza del fatto che molti contenuti delle sue indagini sono adesso a disposizione delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, non ha voluto mettere in imbarazzo i suoi colleghi, facendo loro fretta. Ma siamo pur sempre in Italia.
E per fortuna, qualcosa di questa audizione - e verrebbe da dire, appunto, all’italiana - è trapelata. E ci riferiamo a quei pochi elementi di verità che appaiono certi e acquisiti.
Pochi, ma dirompenti.
Pochi, ma incontestabili.
Di Matteo, come si ricorderà, aveva voluto farsi ascoltare dalla "commissione antimafia" perché si era un po’ rotto i coglioni del fatto - e, in proposito, adoperare un eufemismo ci risulterebbe troppo ipocrita - che l’universo mondo dei media lo additava come il grande burattinaio che aveva tirato i fili di Vincenzo Scarantino rivelatosi, a conti fatti, un Falsario Di Stato, costruito in Laboratori di Stato. A suon di ricatti e pedate nel sedere, le poche volte che cercò di non prestarsi al gioco.
Scarantino fu arrestato il 26 settembre 1992, a due mesi esatti dalla strage. A tempi record, verrebbe da dire. Come d’altra parte impone il protocollo dello "stato d’emergenza" quando un Paese ha appena assistito con orrore alla carneficina dei suoi due magistrati antimafia più noti al mondo, Falcone e Borsellino.
Siccome il tempo è galantuomo, a Di Matteo è stato sufficiente tirar fuori la carpetta con le date della sua biografia professionale, per rendersi ancora più simpatico all’Italia per bene, e ancor più detestato dagli amici degli amici.
Ha ricostruito Di Matteo: "Divenni magistrato a Caltanissetta e mi occupai solo di procedimenti ordinari fino al Dicembre del 1993 (cioé: quindici mesi dopo l’arresto di Scarantino, ndr). Entrai infatti a far parte del gruppo di pm che si occupavano di distrettuale antimafia il 19 dicembre 1993. Con processi che riguardavano solo la mafia e la 'Stidda di Gela’".
Ha proseguito Di Matteo: "Solo nel novembre del 1994 (cioé: ventisei mesi dopo l’arresto di Scarantino, ndr), entrai a far parte della 'distrettuale antimafia' con indagini avviate su dichiarazioni di pentiti che non avevo mai ascoltato. Questa è la verità oggettiva. Non mi sono mai occupato del primo processo sulla strage di via d’Amelio, quello delle dichiarazioni di Scarantino. Sono subentrato nel 'processo bis' a dibattimento già iniziato. L’unico troncone che ho seguito dall’inizio, e in ogni parte, è il ter".
La Storia ricorda, e Di Matteo non può fare a meno di sottolinearlo, che i primi magistrati che presero a verbale Scarantino furono: "Giovanni Tinebra (ormai deceduto), Ilda Boccassini e Fausto Cardella".
Concludendo.
Uno si aspetta che dopo simili dichiarazioni giornali e televisioni ingranino l’"indietro tutta", avendo per settimane messo alla gogna Di Matteo, quale “puparo" di Scarantino. Si aspetta titoloni e servizi tv che spieghino come stanno – e stavano – davvero le cose. Macchè.
Neanche una riga, neanche una parola. Fatta eccezione per un paio di giornali, fra i quali “Antimafia Duemila".
Il fatto è che in simili occasioni viene fuori il giornalismo a quattro zampe, non sapremmo definirlo altrimenti, quando si tratta di fare un favore agli amici degli amici.
Quanto alla commissione antimafia, siamo certi che la presidente Rosy Bindi avvertirà l’esigenza di proseguire le audizioni ascoltando i tanti protagonisti di questa vicenda. E tanti sono.
Nino Di Matteo ha fatto la sua parte sino in fondo.
E adesso questo potrebbe anche riconoscerglielo Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo; visto che le sue dichiarazioni, dettate dall’umano sconforto per questo quarto di secolo più sprecato che utilizzato ai fini dell’accertamento della verità, erano state utilizzate strumentalmente dal giornalismo a quattro zampe per pugnalare ulteriormente Nino Di Matteo.
Ma quanto deve essere galantuomo il tempo!

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La rubrica di Saverio Lodato

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