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Gigi Burruano, un genio della ribellione

burruano gigi c vitaliano napolitanodi Saverio Lodato
Per me, Gigi Burruano fu un genio della ribellione. Ribellione al sopruso, all'angheria gratuita, a qualsiasi forma di repressione ottusa e immotivata.
Anarchico? Istintivamente eslege? Non saprei dire.
Dalla parte dei più deboli, dei più bisognosi, dei più tartassati? Dalla parte dei morti di fame, quelli ca u pittitu ci fa acido (quelli ai quali la fame fa indigestione)? Questo è sicuro. Come è certo che detestava visceralmente potenti e "onorevoli". E persino Vito Ciancimino, ma qui il discorso si farebbe lungo.
E le scelte della sua intera vita lo dimostrano. 
Poi divenne attore. Ma ciò accadde dopo. 
E di quanto valesse come attore, ne hanno parlato compiutamente in tanti in questi giorni, adesso che non c'è più. E con competenza, e strumenti di cui noi non disponiamo.
Ma quanto racconterò credo sia poco conosciuto oggi a Palermo, da molti sicuramente dimenticato, ma interessantissimo per capire chi era da giovane e cosa sarebbe diventato da grande Gigi Burruano.
Parlerò dunque di anni molto lontani, quasi mezzo secolo fa, e di quel "Liceo Classico Umberto I" dove ebbi modo di conoscerlo. E nel modo che segue.
Correva il 1967, serpeggiava la rivolta che si era espressa con tentativi falliti di occupare l'istituto, ma il 1968, a Palermo, come è noto, sarebbe arrivato con un anno di ritardo. Le manifestazioni e gli scioperi però erano già da tempo all'ordine del giorno. Nei primi mesi di quell'anno scolastico, a dirigere quella scuola, considerata dal provveditorato eccessivamente turbolenta, era stato inviato un Preside che godeva fama di inflessibile, di grandi studi classici, di ispirazione socialista, ma non aperto ai fermenti di quella stagione giovanile e mondiale irripetibile, legato cioé a una visione conservativa e conservatrice del rapporto alunno-insegnante. Insomma, un autentico Preside all'antica.
E Il Provveditorato lo aveva inviato in fretta e furia all'Umberto, spostandolo dal liceo scientifico Cannizzaro, proprio perché in quel liceo, qualche settimana prima, aveva chiesto l'intervento della polizia scientifica per rilevare le impronte digitali dei ragazzi che avevano murato il cancello d'ingresso con il cemento a presa rapida. Anche in quel caso, infatti, si stavano manifestando le turbolenze che poi sarebbero sfociate nella rivolta studentesca vera e propria.
Fra quel preside e l'Umberto fu cordiale antipatia a prima vista. Ma il rapporto si deteriorò del tutto, quando diede ordine di chiudere la scuola durante i venti minuti di intervallo, dedicati alla ricreazione, impedendo di fatto ai ragazzi di fare colazione. Era un modo per fare capire chi comandava. E che l'aria, con il suo insediamento, sarebbe cambiata.
La scena aveva del grottesco.
I venditori di panini e panelle, di sfincioni, di ravazzate, cioé di tutti i prodotti tipici della rosticceria palermitana, protendevano quelle delizie agli studenti affamati attraverso il cancello pretendendo, ovviamente il passaggio anticipato delle 50 lire corrispondenti.
In alto, rispetto al cortile dell'istituto, dove era stipata la folla affamata rappresentata da poco più di 800 iscritti all'istituto, si affacciava la vetrata della Presidenza. E dietro quei vetri appariva in controluce la sagoma del Preside che valutava compiaciuto l'effetto del suo provvedimento draconiano.
Gigi Burruano era furente.
A quei tempi, io mi ero appena iscritto alla Federazione Giovanile Comunista, e mi davo da fare nella protesta dell'istituto. Gigi mi si avvicinò e mi disse: "C'amu a fari cu stu curnuto?".
Non feci neanche in tempo a rispondergli. Si allontanò di qualche metro dalla massa vociante degli studenti. E con voce alta e stentorea ordinò loro: "Mettetevi in cerchio". Stupore e incredulità. Fatto sta che di cerchi se ne composero più di uno. A questo punto, Gigi Burruano si tolse la cinghia dai pantaloni e la fece schioccare in alto intimando a tutti: "Avanti march e a capo chino". I ragazzi, divertiti dal quel fuori programma, lo assecondarono.
Anche Gigi seguiva il cerchio a fianco a loro recitando il verso dell'Inferno: “Guai a voi, anime prave…”. Metà Caronte, metà Kapò, invitò tutti a rivolgere lo sguardo verso la vetrata della Presidenza. E in un attimo il miracolo si compì: la silhouette del Preside scomparve. 
Due anni dopo, nel 1969, anche da noi "arrivò il 68". 
Quel preside non concluse l'anno scolastico. Si dimise. 
Per l’intera scuola, Burruano era diventato per tutti "Gigi".
Nessuno si sognò più di chiudere il cancello durante la ricreazione. 
Merito di un genio della ribellione, merito di Gigi Burruano, quando "la politica" non aveva saputo indicare altre strade.

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La rubrica di Saverio Lodato

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