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Sulle stragi indaga Reggio Calabria. E gli amici di Contrada non gradiscono

lodato contrada rcdi Saverio Lodato
Abbiamo letto su un grande quotidiano italiano che "Bruno Contrada non gode di buona stampa", a spiegazione del fatto che non viene mai dato giusto rilievo alle "persecuzioni" delle quali è vittima da un quarto di secolo; ultima, in ordine di tempo, l’irruzione della polizia a casa sua, su ordine della Procura di Reggio Calabria, alle 4 di notte (o del mattino?). Il commentatore del grande quotidiano nazionale, una volta che si è messo lo scolapasta in testa a guisa di elmetto, stigmatizza "la sceneggiatura del terrore messa a punto dagli scherani della polizia segreta al tempo delle purghe staliniane e oggi replicata in forma farsesca". E perché non rimangano dubbi, il commentatore del grande quotidiano nazionale lamenta che "i media stanno in maggioranza dalla parte dei suoi persecutori". Insomma: un autentico lisciabusso...
Émile Zola non avrebbe saputo scrivere meglio; e di meglio.
Ora si può senz’altro discutere sull’orario infelice della perquisizione, ma Bruno Contrada, con buona pace del nostro commentatore, non è Dreyfus, e chi avesse dubbi in proposito vada a rileggere le sentenze che lo hanno portato alle ripetute condanne per mafia, sancite persino dalla Cassazione. Fatta eccezione per la Cassazione - bis, ad personam, che è altra storia. Poi tutto si può dire di Contrada tranne che abbia goduto di "cattiva" stampa.
Era assai numeroso e battagliero, a Palermo, e in tutt’Italia - e lo abbiamo conosciuto - il codazzo dei giornalisti amici del "dottor Contrada". Ma il discorso non vale solo per lui.
Gode forse di "cattiva stampa" Marcello Dell’Utri, intervistato dalla TV, in carcere, per tre quarti d’ora, mentre dovrebbe essere in regime di isolamento?
Gode di "cattiva" stampa Totò Riina, i cui figli possono andare in tv in prima serata a presentare i loro libri?
E godeva di "cattiva" stampa Totò Cuffaro che negli anni di maggior spolvero ingozzava di cannoli i giornalisti amici?
E ha goduto di "cattiva" stampa Giorgio Napolitano quando chiese pretese e ottenne che fossero mandate al macero le sue telefonate con l’indagato Mancino Nicola? Suvvia, non diciamo sciocchezze che non stanno né in cielo né in terra.
E poi quante altre occasioni avrebbe avuto, in questi anni, il commentatore audace e coraggioso, per adoperare la circonlocuzione della "sceneggiatura del terrore messa a punto dagli scherani della polizia segreta al tempo delle purghe staliniane" che invece ha voluto sprecare letterariamente per una perquisizione in orario eccessivamente antelucano?
Le prime occasioni che ci vengono in mente?
Per esempio, il G8.
Per esempio, la vicenda Cucchi.
A dir delle più note. Invece niente: a disturbare la sua coscienza civile sono state "le quattro del mattino”... Per indignarsi, bisogna pur cominciare da qualcosa.
Solo che tutto si può dire tranne che la stampa e la televisione italiane siano "pregiudizialmente" antimafiose.
Stanno un po’ di qua e un po’ di là. Sentono il richiamo della foresta emesso dal Potere, dalle sirene delle sue "divise". Sono scimmiette dalla bocca e dagli occhi chiusi, e dalle mani conserte. Sollevano dubbi. Si astengono. Criticano lo "stile" investigativo. Sono - bene che vada - equidistanti e imparziali. E soffrono tanto anche loro - e qui hanno ragione - per le persone che "soffrono" in carcere per le condanne, che hanno acciacchi e non godono di buona salute. E li vorrebbero rivedere tutti a casa (gli imputati per mafia, si capisce; non i poveri diavoli). Ma non aspettatevi molto di più dalla maggioranza dell’informazione italiana.
Tutto ciò premesso, a inquietarci c’è qualcosa di più profondo. E la vicenda di cui abbiamo detto prima, e che abbiamo preso in qualche modo a pretesto, ne è in certa misura sintomatica.
C’è un’avversione profonda verso le forze dell’ordine e i magistrati quando si occupano di inchieste di mafia che oltrepassano il confine della "mafia militare". Quando, per dirla in due parole, le inchieste prendono di petto mafia e politica, mafia e finanza, mafia e istituzioni, mafia e servizi segreti, mafia e divise, mafia e Stato.
Avversione che in un attimo si trasforma in odio, massimamente contro tutti quelli che indagano sulle stragi.
Ci chiediamo il perché di quest’odio ingiustificato.
Siamo giunti alla conclusione che molti, i quali conoscono sin troppo bene la verità, non vogliono che la verità sia squadernata ai quattro venti. Diversamente sarebbero persone illogiche: chi, in buona coscienza, può volere che non si indaghi sulla morte violenta di tante persone?
Se no - è questo che vogliamo dire - perché odiare, al limite del linciaggio, Nino Di Matteo, e i suoi colleghi, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene, Vittorio Teresi, sicari anche loro - ci permettiamo di suggerire al nostro commentatore audace e coraggioso - di una magistratura degna della Germania Est o della Cambogia di Pol Pot, perché rappresentano l’accusa nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia?
Va però anche riconosciuto che questi P.M. non hanno orecchie per intendere.
Come è saltato in mente alla Procura di Reggio Calabria di ritrovarsi in sintonia con quella di Palermo, mettendosi anch’essa alla ricerca dei mandanti esterni (a Cosa Nostra) delle stragi di Capaci e via d’Amelio?
Non potevano chiudere gli occhi? Non potevano lasciar cadere le parole dei collaboratori di giustizia di quella regione? Non potevano far finta che Giuseppe Graviano non avesse detto nulla?
Ed ecco così entrare nel mirino dei linciatori di professione il Procuratore capo di Reggio, Federico Cafiero de Raho e il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, coordinatori di quell’inchiesta esplosiva che sta mettendo in evidenza la sinergia criminale fra 'Ndrangheta e Cosa Nostra e che provocò l’uccisione di diversi carabinieri in Calabria.
Dovreste leggere le cronache rabbiose (non cronache con rabbia, che è altra storia) che sono comparse in questi giorni da qualche parte.
I linciatori di professione temono che le inchieste sulle stragi si allarghino a macchia d’olio. Prima potevano dire: "i soliti palermitani". Ora, saranno costretti ad aggiungere: "e anche i soliti calabresi".
Ai quali giudici calabresi, ci permettiamo di dare questo modesto consiglio: se dovete disporre qualche perquisizione, magari a carico di qualche "personalità eccellente", mettete nero su bianco alle forze di polizia che deve essere effettuata alle 14, quando il sole spacca le pietre.
Mi raccomando: il "garantismo", innanzitutto.

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