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Totò Riina, il Mafioso di Stato che si presenta all'incasso. Ma ci sarà un giudice a Bologna?

riina porta a portadi Saverio Lodato
Per me, Totò Riina è sempre stato un "Mafioso di Stato". E, almeno da quattro anni, lo vado scrivendo. Un po’ in solitudine, per la verità. Ma non è questo il punto. E allora, direte, qual è il punto?
Il punto è che Totò Riina ora si presenta all’incasso. Cerchiamo di riflettere.
Ha forse parlato?
Si è forse pentito?
Ha mai fatto i nomi di quegli Incappucciati di Stato che gli diedero l’input per la strage di Capaci? Ha mai svelato i retroscena di quelle due stragi che misero in ginocchio l’Italia - dopo Capaci, infatti via d’Amelio -, separate appena da 57 giorni?
Il 21 febbraio di quest’anno scrivemmo su questo sito un articolo intitolato: "Caro Totò Riina, non metterti anche tu a fare il pagliaccio". Il riferimento - ironico - era alla circostanza che aveva chiesto di essere interrogato dai Pubblici Ministeri del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, accettando così di rispondere su quelle intercettazioni nel carcere di Opera, dalle quali si evince che razza di canaglia sia, seppure con qualche "acciacco di salute". Ammalato, ma pur sempre canaglia.
Non facciamola lunga. Sono anni che Riina si lascia alle spalle sassolini come Pollicino per fare intendere, a chi di dovere, che se uno come lui parlasse mezzo Stato italiano crollerebbe al suolo. E in questa sua presunzione come dargli torto?
Ora però la sua buona condotta l’ha fatta.
La bocca l’ha tenuta cucita. Ha tranquillizzato a dovere i suoi sodali delle stragi, e non di sodali mafiosi stiamo parlando. Vuol farsi gli ultimi anni da nonnetto di Cosa Nostra, attorniato dall’affetto di figli e nipoti. E persino con un figlio "scrittore", a prestar fede al lancio pubblicitario del suo libro che andò in onda negli studi di "Porta a porta".
Fu in quell’occasione - non lo abbiamo dimenticato -, che il Riina junior gelò Bruno Vespa con questa risposta: "Guardi che io e i miei fratelli siamo nati durante la latitanza di mio padre. Ma siamo nati in clinica e siamo stati registrati con i nostri nomi e cognomi”.
Che dentini e che dentoni tirò fuori Rina junior. Disse, in poche parole, che suo padre, durante la latitanza, non era stato disturbato da nessuna divisa che gli dava la caccia.
Persino alla domanda, anche questa di Vespa, "prova rispetto per i magistrati morti?" reagì con un’unghiata: "Rispetto tutti i morti" (vedasi, sempre qui: "Riina j. a Porta a Porta. Interviste che non si possono rifiutare”).
E perché mai il vecchio "don" Totò non dovrebbe desiderare la vicinanza di sua figlia Lucia, che nel 2013 fece la sua apparizione a Ginevra negli studi di una televisione svizzera?
Disse: “Sono onorata e felice di portare il nome di mio padre" (leggasi, sempre qui, "L’ereditiera di Riina").
Insomma. Sono anni e anni che il clan Riina persegue il suo ambizioso progetto: il ritorno a casa del suo capo-famiglia infangato nell’onore da magistrati, investigatori e pentiti. Di cosa ci meravigliamo?
E lui? Si tolse anche lo sfizio di lanciare qualche sassolino alla Pollicino persino a Silvio Berlusconi (leggasi, sempre qui: "Totò Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni”).
Diremmo che può bastare.
E a uno così, che è un archivio ambulante di segreti e misfatti, patti scellerati, vergogne e sconcezze sanguinose, della prima e seconda repubblica, non si dovrebbe andare incontro con il ramoscello d’ulivo in mano?
Il nuovo Questore di Palermo, Renato Cortese, che i mafiosi li ha conosciuti sul campo arrestandoli, e non soltanto studiati sui libri, ha detto di Riina: "Comanda con lo sguardo". Che altro aggiungere?
Che la Cassazione, forse, la mafia l’ha conosciuta soltanto sui libri.
Ma ci sarà un giudice a Bologna, il prossimo 7 Luglio, quando il Tribunale di Sorveglianza sarà chiamato a esprimersi definitivamente sulla vicenda?
Ci sarà un giudice con la spina dorsale talmente diritta da dire: "no, cari giudici di Cassazione. Non mi avete convinto. Non sarò io ad aprire la cella in cui è rinchiuso Totò Riina”?
Ci sarà un giudice così?
Crediamo di sì.
Almeno lo speriamo.

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La rubrica di Saverio Lodato

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