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Perché il 23 maggio non andrò all'anniversario della strage di Capaci

lodato falcone 25annidi Saverio Lodato
La tentazione istintiva sarebbe quella di beffare il calendario, ignorare l’“anniversario tondo”, il quarto di secolo, non scrivere una riga e respingere al mittente le sollecitazioni del rito della retorica che in Italia può contare su legioni di officianti.
Verrebbe da dire che non se ne può più. Non se ne può più di sentir ripetere sempre le stesse cose, veder riproporre sempre le stesse immagini, battere la grancassa degli “eroi”, dare voce alla vena straziante della strage di Capaci, perché sul ricordo dei corpi maciullati di Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, in molti giocano facile.
E non se ne può più, mentre parte il Coro di Stato, di assistere al consueto silenzio stucchevole sulle cose che contano.
Le cose che dovrebbero contare. E quando diciamo “cose”, ci riferiamo alle risposte che venticinque anni dopo un'intera comunità, insieme alle sue Istituzioni, avrebbero dovuto avere il diritto di trovare.
L’abbiamo capito, lo sappiamo: a Capaci morirono tutti per noi.
Fecero il loro dovere mettendo in conto che sarebbero stati assassinati. Lo sappiamo bene.
Ma una buona volta si dicesse anche il resto, quello che non si vuole dire. O è tanto difficile, tanto innominabile, tanto inconfessabile? La verità taciuta, negata, che pure è sotto gli occhi di tutti. Di questo qui si sta parlando. Che vogliamo dire?
Che Falcone fu pugnalato alle spalle dalla Politica, dalle Istituzioni, dal Potere romano e siciliano. Che Falcone subì, professionalmente parlando, almeno per tre volte la “morte civile”: quando non venne nominato capo dell'ufficio istruzione di Palermo, quando non venne eletto consigliere del Csm, quando gli fu impedito di dirigere la Procura nazionale antimafia. Che proprio lui, all'indomani del fallito agguato dell'Addaura che lo vide come bersaglio, ci parlò di “menti raffinatissime che hanno il volto delle istituzioni”. Solo dopo che la sua immagine era stata abbondantemente scempiata, venne fisicamente eliminato.
E ci accorgiamo, mentre quest’elenco di ripetute sconfitte di Falcone ci scappa quasi di mano, di non sapere assecondare quella tentazione istintiva di beffare il calendario al quale facevamo riferimento all’inizio.
E come potremmo noi avere la coscienza tranquilla, un quarto di secolo dopo, se non tornassimo a riproporre la stessa identica, quasi ossessiva, domanda che ancora oggi ci accompagna: davvero crediamo che ci fu solo Mafia dietro il quasi ventennio dello stragismo in terra di Sicilia? La risposta, dai processi - e non è che non se ne siano fatti -, non è venuta. E altri processi ancora ci sono. E altri ne verranno.
A riprova del fatto che quella domanda è tutto tranne che ossessiva.
Ogni qual volta viene fatto un sondaggio, curiosamente impiantato sulla medesima domanda: secondo voi è più forte lo Stato o è più forte la mafia?, la stragrande maggioranza degli interpellati si dice sicura che la mafia è più forte. Nessuno se ne cura. I giornali registrano e tirano avanti in vista della celebrazione dell'anniversario che schiererà in bella mostra tutte le bandiere e i drappi e i pennacchi e gli alamari di cui dispone. Come se niente fosse. Nessuno che faccia il passo successivo con un sondaggio impiantato su quest'altra domanda: secondo voi lo Stato italiano, in quelle stragi, ebbe un suo ruolo indipendentemente dal ruolo avuto dalla mafia?
No, la mafia non agì da sola. Lo sappiamo benissimo. E anche questo la stragrande maggioranza degli italiani lo sa benissimo.
Giunti a questo punto, non possiamo esimerci dal fare qualche osservazione sullo stato della lotta alla mafia. E vogliamo farlo in previsione del 23 maggio: se anniversario deve essere, che anniversario sia.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito a troppi fatti eclatanti, autentici scandali.
Valga per tutti la scoperta dell'esistenza di un clan istituzionale che dentro il Palazzo di giustizia di Palermo era riuscito nel miracolo di fare diventare il sequestro e la confisca dei patrimoni mafiosi un gigantesco business a vantaggio dei “soliti noti”. Abbiamo visto imprenditori Paladini della legalità finire in galera o sotto inchiesta per accuse infamanti. Vediamo che i magistrati di breve corso negli anni di Falcone e Borsellino sono diventati oggi politici di lungo corso che si atteggiano a veterani di una materia che da un ventennio non trattano più.
Vediamo che circolano troppi soldi, troppi finanziamenti di Stato, a beneficio di una pletora di fondazioni, centri studi, enti di ogni tipo, le cui finalità concrete sfuggono agli occhi dell'opinione pubblica.
Vediamo, per adoperare altri esempi tratti dalle cronache, che nel Palazzo di giustizia di Caltanissetta e in quello di Milano, i mafiosi hanno tranquillo accesso nelle stanze più segrete. O che Totò Cuffaro, il presidente della regione siciliana condannato per mafia dalla Cassazione, tiene lezioni dalla cattedra a aspiranti giornalisti.
Che cosa dobbiamo ancora vedere e sentire?
Giovanni Falcone ha vinto? Abbiamo fatto tesoro delle sue intuizioni, del suo insegnamento?
Maria Falcone, che sarà la grande madrina delle cerimonie del 23 maggio, racconterà tutto questo ai giovani che arriveranno da ogni parte d'Italia? Aprirà loro gli occhi su chi furono i responsabili veri dell'uccisione di suo fratello? Spenderà qualche parola sulla natura dei rapporti fra lo Stato italiano e la mafia? Dirà finalmente cosa pensa del processo di Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia? Si accorgerà finalmente che “le menti raffinatissime”, denunciate ieri da suo fratello Giovanni, sono le stesse che ostacolano oggi Nino Di Matteo nella ricerca di una stessa verità?
No. Non lo farà. Non può farlo. Perché ormai da tempo, come scrivemmo di recente, le istituzioni hanno fatto la scelta di santificare tutte le vittime di mafia. Ecco perché ormai l’anniversario della strage di Capaci è diventato un appuntamento stanco. E ho cercato di spiegare perché non ci sarò.

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