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Per santificare Giovanni Falcone occorreva separarne i resti da quelli di Francesca Morvillo

falcone giovanni c shobha 500Ma gli italiani li ricorderanno insieme
di Saverio Lodato
Inizia oggi il mese del ricordo, della commemorazione, delle celebrazioni, dell’esaltazione che ogni anno, puntualmente, da un quarto di secolo, si risolve nell’idolatria pacchiana di Giovanni Falcone e del suo sacrificio, e di quella di Francesca Morvillo e Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, in quel di Capaci.
Perché diciamo idolatria: perché questo culto celebrativo presuppone l’esistenza di un’icona artefatta, quella che accomuna Giovanni Falcone e tutte le vittime del 23 maggio 1992, quasi fossero tutti "Santi di Stato" da portare in processione, osannare, incensare, proprio loro, i quali, invece, morirono per mancanza assoluta di Stato.
Perché pacchiana: perché i "decoratori” di oggi molto spesso sono i denigratori di ieri; e poiché i morti non hanno più diritto di parola, loro, i "decoratori", possono dipingerli a piacimento, come i "santini" che tornano utili a certe confraternite.
Una volta assassinato Giovanni Falcone, e tutti quelli come lui, la maniera per eliminarlo definitivamente era quello di costruirgli attorno, su misura, l’aureola della Santità di Stato. E’ ciò che è stato fatto. Tutti Santi, le Vittime di Mafia. Ma lui, più Santo degli altri.
Non riuscimmo a pensare ad altro, due anni fa, quando alla chetichella, ai resti di Falcone e Francesca Morvillo, che risposavano insieme nello stesso cimitero, Maria Falcone impose un freddo addio, traslando al Pantheon di San Domenico, a Palermo, quelli di Giovanni Falcone, suo fratello.
E con questa motivazione notarile: "la traslazione delle spoglie di mio fratello Giovanni è un’azione coerente con gli obbiettivi della Fondazione, cioè privilegiare la dimensione pubblica del magistrato".
Ne scrivemmo qui. E molti, che allora avrebbero potuto dire la loro, preferirono tacere.
Perché?
Perché ci voleva l’"icona". Ci voleva la beatificazione del "Santo di Stato". I tempi erano maturi per affidare "ai secoli" il ricordo funerario di Giovanni, come spiegò sempre in quell’occasione la signora Falcone, che non trovò, però, da parte di nessuno parole di sostegno alla sua scelta.
Ci voleva, insomma, una piccola "correzione" di quanto avevano disposto il caso, la storia e la natura, mescolando insieme i resti di Giovanni e di Francesca e di tutti gli altri, in quel di Capaci. Quel "pasticcio" blasfemo andava risolto.  
Per ciò crediamo di comprendere il disappunto (altre parole non sappiamo trovarne) manifestato da Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, quando in questi giorni ha annunciato che d’ora in avanti la "Fondazione", sin qui intitolata a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, sarà intitolata soltanto a Falcone.
Lo ha fatto con riferimento, a suo giudizio, all’incapacità della Fondazione, in tutti questi anni, di ricordare insieme il sacrificio di entrambi i magistrati, Giovanni, Francesca.
Ed escludendo, con garbo che gli fa onore, che abbia minimamente pesato quella traslazione di salma avvenuta nottetempo.  
Dal canto suo, Maria Falcone, la sorella di Giovanni, si è detta "addolorata e stupita", escludendo, a sua volta, che i Morvillo si fossero opposti al trasferimento della salma di Falcone.
Poiché, però, il Diavolo è bravissimo a ora di pentole, ma dimentica sempre i manici, ha aggiunto: "Credo che così facendo la famiglia Morvillo cancelli definitivamente la memoria di Francesca". Parole che non sembrano dettate da un "dolore" particolarmente intenso per l’accaduto.
La pensiamo all’opposto: sarà più facile per gli italiani dimenticare le tante iniziative commemorative, spesso anche in nome dell’"Idolatria di Stato", assunte dalla Fondazione presieduta dalla signora Maria Falcone, che dimenticare il sacrificio di Giovanni e Francesca, il cui ricordo gli italiani custodiranno eternamente come un ricordo inscindibile.

Foto © Shobha

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