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La Mafia c'è: la bestemmia di Michele Emiliano

lodato emiliano 500di Saverio Lodato
I fatti hanno la testa dura, diceva qualcuno. Hai voglia a girarci intorno, a seppellirli con la coperta corta dei personalismi e dei tatticismi, a tentare di murarli, come fossero i detriti di una catastrofe nucleare, con la colata di cemento della retorica o, peggio ancora, con il manto catramoso del silenzio. Prima o poi appaiono le crepe, il suolo si spacca e ricompaiono quei fatti che si sperava di avere esorcizzato per sempre.
Usciamo subito di metafora per dire che non è che se non parli della mafia, la mafia non c’è più. Non è che se la ignori verbalmente, diminuisce la ferocia del suo morso sull’intera società. Non è che se la espelli in nome del galateo istituzionale, l’hai condannata all’ostracismo. Anzi, è verissimo il contrario. Più la ignori e più s’ingrossa, ingrassa e prospera.
Dovrebbero essere cose note, ma questo è un argomento nel quale, persino la scoperta dell’acqua calda, sembra, per i politici di casa nostra, miraggio scientifico ancora tutto da scoprire.
Ecco allora i professoroni e i professorini che vengono a spiegarci che la mafia ha perso.
Ecco gli storici da un tanto al chilo che vorrebbero convincerci che il problema è costituito dall’iniziativa dei pubblici ministeri, come Nino Di Matteo, che non rinunciano a dare la caccia alle streghe e alle farfalle, quando indagano sui rapporti con lo Stato che hanno permesso alla mafia - e alle mafie - di diventare un mostro tentacolare e - almeno apparentemente - invincibile.
Metafora e premessa solo per dire che siamo rimasti quasi a bocca aperta quando abbiamo sentito pronunciare la parola "mafia" a Michele Emiliano, l’attuale "governatore" della Puglia, durante il suo intervento nell’incontro di "Rivoluzione Socialista" che si è tenuto a Roma. Non intendiamo entrare, in quest’occasione, nel merito di quanto sta accadendo nel Pd.  
Com’è noto, oggi si avvicendavano al microfono, oltre Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, che a Matteo Renzi non le hanno mandate a dire. Dove andrà a parare il PD si capirà nelle prossime ore.
Ora fermiamoci sulla parola “mafia”, pronunciata da Emiliano. Quasi una "bestemmia" a cielo aperto, visti i tempi che corrono.  
Siamo infatti rimasti a bocca aperta per la semplicissima ragione che sembrava di assistere a un filmato in bianco e nero di vecchie teche Rai, quando non una sola persona, bensì un intero gruppo dirigente, quella parola la pronunciava senza paura, e ribadendo con forza la necessità di combatterla a viso aperto, con lo scopo strategico di estirparla.
Sono anni, infatti, che ciò non accadeva.
Le palate di retorica e il manto catramoso del silenzio, ai quali facevamo riferimento all’inizio, erano sembrate le giuste ricette “liberiste” per liberarsi del mostro incomodo. Sappiamo come è andata a finire.
Ne volete la controprova? Ma da quanti anni questa parola non viene più pronunciata nemmeno dai capetti del PD siciliano? E in Sicilia, per un partito politico, non parlare di mafia equivale a non parlar di corda in casa dell’impiccato.
Crediamo di esserci fatti capire.
Emiliano ha avuto il piccolo - grande merito di ricordarci la scoperta dell’ acqua calda: e cioé che in Italia le mafie sono ormai dappertutto. E che fu proprio Pio La Torre, dirigente del Pci - trisavolo, in qualche modo, dell’attuale PD - a trovare la scarpa adatta per il piede mafioso con accertamenti bancari, sequestro e confisca dei beni.
Roba - lo ripetiamo - da restare a bocca aperta, non fosse altro perché, in questo modo, mafia e lotta alla mafia tornano a far capolino nell’agenda politica.
Merito di Emiliano. Merito che tutte le correnti, l’un contro l’altra armate, dovrebbero signorilmente riconoscere ad Emiliano.
Scusateci: ma per noi una buona bussola, per orientarsi nella palude Italia, deve avere un ago sensibile puntato sulla parolina dalle cinque lettere: M-A-F-I-A. Se no la bussola non è altro che il bastone di un rabdomante che cerca l’acqua dove acqua non ce n’è.
Tutto il resto, son poltrone, pennacchi, capilista bloccati, prebende, “casta”, insomma, chiacchiere da editorialisti dei giornaloni che fingono di interessarsi allo psicodramma in casa PD.
Argomenti che possono appassionare soltanto gli eventuali destinatari di quei privilegi. Non i cittadini che, prima o poi, torneranno a votare. 

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