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Renzi e i ''giovani vecchietti'' del giglio magico

lodato saverio eff lorIl ritorno dei “Dottor Stranamore”
di Saverio Lodato
Gli analisti osservano che i giovani italiani hanno votato "No" all’ottanta per cento, punto in più, punto in meno. Le cause sono note. La mancanza non solo di un lavoro, ma della prospettiva di un lavoro persino a lunga scadenza, avendo come unica alternativa il restare in casa a carico dei genitori o il fare le valigie con biglietto di viaggio in tasca; una riforma, quella della "buona scuola" - che nella sua bizzarra aggettivazione, detto per inciso, ricorda quell’altrettanto pittoresca definizione di "giusto processo", inserita di peso nella Costituzione (e Renzi ancora non c’era) in anni ormai lontani - fatta con i piedi, o come tale considerata dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori. Ricorrendo a una metafora, se alla fine di un mega banchetto tutti gli invitati concordano nel dire che la panna dei dolci era acida, lo chef, per quanto pentastellato, avrà un bel dire nel sostenere che i commensali sono tutti in errore.
Insomma. Per loro, nella lista della spesa di questi 3 anni di governo, i giovani non hanno trovato nulla. E si sono espressi con l’arma più democratica del mondo, il voto; senza ricorrere a manifestazioni di piazza, bottiglie molotov o vandalismi, come pure accadde spesso in altre stagioni della nostra storia.
Ricordiamo che un giorno, di fronte a una platea che rumoreggiava insoddisfatta dai famosi 80 euro elargiti dal governo ad alcune fasce sociali, Renzi, stizzito, replicò dicendo che le famiglie beneficiate avrebbero potuto almeno comperarsi uno zainetto per i figli. Battuta infelice, che oggi i giovani respingono al mittente.
Si dirà che non di soli giovani è fatto l’elettorato. Ma è pur vero che i partiti della Prima repubblica, il democristiano, il comunista, il socialista che fossero, annettevano importanza enorme a quella che definivano la "questione giovanile", nella consapevolezza che è arduo indicare la rotta verso il futuro, se quel soggetto che quasi per definizione incarna il "futuro", non ti capisce e ti vota contro. È quello che è accaduto.
C’è di più.
E qui si torna al velenoso slogan della "rottamazione", autentico distintivo all’occhiello del renzismo, e ben da prima dell’inizio della campagna elettorale, sin dai tempi delle primarie.
Matteo Renzi, come l’imperatore Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio, con il suo "in hoc signo vinces", si era convinto di convertire tutti gli italiani, facendo loro credere di essere l’incarnazione di quell’angelo sterminatore che avrebbe finalmente risolto l’antica contrapposizione gramsciana fra "il nuovo che stenta a nascere e il vecchio che non vuole morire". E che, ovviamente, l’avrebbe risolta facendo fuori, ma questa volta per l’eternità, i "vecchi" della prima Repubblica, i "Dottor Stranamore" immarcescibili e pluridecorati, che di morire invece, politicamente parlando, non se lo sognavano nemmeno.
E così entriamo nel cuore di quello che potremmo definire il "bluff anagrafico" di Matteo Renzi. E che di questo si è trattato, lo provano almeno tre elementi.
Vediamo il primo.
Diamo un’occhiata all’"accozzaglia", da Renzi messa all’indice prima a parole, poi anche alla gogna, con tanto di depliant elettorale che assemblava le facce più note, in quanto residuato bellico delle prime e delle seconde repubbliche: i De Mita, i Berlusconi, i D’Alema, i Bersani, eccetera eccetera, per intenderci.
Se scegli l’azzardo anagrafico per fare la guerra ai "vecchi", tutti i componenti della tua squadra devono essere "nuovi di zecca", di primissimo pelo, sconosciuti al volgo, diversamente l’abracadabra anagrafico non funziona più.
Ma se i tuoi "consiglieri" si chiamano Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Denis Verdini, e persino, in una certa fase, lo stesso Berlusconi, con il quale prima avevi fatto il patto del Nazareno, l’elettore comincia a confondersi e a domandarsi: ma perché? Forse gli altri sono più "vecchi" di questi? E alla fine, se proprio deve scegliere, sceglierà il "gran vecchio" che sente più congeniale a se stesso. Andando così "a vedere" - come si usa dire nel gioco del poker - quello che abbiamo definito "il bluff anagrafico di Renzi."
Insomma: la "rottamazione dell’accozzaglia" tutto si è rivelato tranne che l’"in hoc signo vinces", di costantiniana memoria.
Ma il secondo elemento da analizzare non ci appare meno importante del primo.
E qui vanno adesso guardati da vicino i "giovani vecchietti" componenti il "giglio magico".
Prendiamone qualcuno a caso: la Boschi, il Nardella, la Serracchiani, la Madia, il Rosato, il Guerini, l’Orfini... Li abbiamo visti in tv, per tre anni di fila. Ma davvero gli italiani, sentendoli parlare, potevano credere che fossero loro l’espressione del "nuovo che stenta a nascere"? Tutti reduci da qualcosa, tutti transfughi di qualcosa. Tutti "vecchietti", nella scelta della mise per andare sotto i riflettori, con la palma di première dame che però va riconosciuta alla Boschi. Tutti con una buona dose di bronzo facciale. Tutti maghi del politichese, quando si trattava di prendere le difese del buon Vincenzo De Luca - cacicco mancato del potere campano - perché così ordinava il capo. Tutti ossequiosi - insomma - rispetto al "condottiero" che aveva fatto loro la grazia.
Infine, sta ora venendo alla ribalta il Luca Lotti, toscano anche lui, invisibile a telecamere e fotografi, tranne rarissimi casi, e da molti indicato come "L’uomo del bunker", l’infaticabile tessitore delle nomine in tutti i gangli del Potere, a cominciare dalle nomine pesanti nei servizi segreti. Matteo Renzi vuole a tutti i costi che rimanga a Palazzo Chigi per farsi l’ultimo "valzer" delle nomine di primavera. Lotti ha appena 34 anni e coltiva già hobby tanto arcaici, come le nomine...
È lui - dicono i bene informati - l’uomo di punta dei "giovani vecchietti" del Pd. Lo stesso che per giorni ha ripetuto che quel 40 per cento era da considerarsi una vittoria da cui ripartire.
Terzo e ultimo elemento.
È ovvio che ai Cinque stelle possono essere rivolte critiche di ogni tipo. Ma è innegabile che il movimento di Beppe Grillo schiera solo ed esclusivamente "facce nuove". E - verrebbe da dire - nuove di zecca. Con tutto ciò che questo comporta, per esempio, in materia di inesperienza amministrativa, pensiamo alla vicenda del comune di Roma. Ma non è un caso che proprio Napolitano si sia intestato l’onere (che nessuno gli aveva richiesto) di definirli gratuitamente e offensivamente "populisti", "demagoghi", "qualunquisti". Forse gli saranno sembrati troppo “giovani”.
E non abbiamo motivi per dubitare che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, sarà il garante inflessibile di una legge elettorale che "gli altri" non potranno scrivere con finalità "punitive" nei confronti dei Cinque stelle. E che tale non appaia - e è quel che più conta - agli occhi degli italiani.
Come andrà a finire, invece, in casa PD?
Di sicuro c’è che i "giovani vecchietti", ancora per un lungo periodo, dovranno fare i conti con quei "Dottor Stranamore" che volevano seppellire.
E anche in questo caso toccherà a Mattarella, far capire ai diretti interessati che, in politica, i criteri anagrafici, da soli, non portano da nessuna parte.

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La rubrica di Saverio Lodato

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