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Back Sei qui: Rubriche Saverio Lodato La Vittoria del NO. Fra Matteo Renzi e il Cnel, gli italiani hanno scelto il Cnel

La Vittoria del NO. Fra Matteo Renzi e il Cnel, gli italiani hanno scelto il Cnel

renzi mattarella cc c ansaSarà dura per Sergio Mattarella
di Saverio Lodato
Se volessimo riassumere in una battuta il significato del voto di ieri, potremmo dire che gli italiani, fra il rischio di tenersi il Cnel e la possibilità di liberarsi del governo Renzi, hanno preferito tenersi il Cnel.
Virgola più, virgola meno, il Si perde, rispetto al No, 40 a 60.
E non è servito a nulla il voto degli italiani all’estero (strafavorevoli al Si), tranne che a farli sembrare bizzarri e stravaganti rispetto ai loro connazionali che vivono in patria.
Queste proporzioni della sconfitta, però, non possono essere archiviate con facili battute, anche se il "battutismo" congenito del premier, che sin dal suo insediamento si è espresso con un fastidioso stupidario contenuto in "twitter" e "hashtag" - chi ha dimenticato l’"Enricostaisereno" rivolto al Letta in procinto di essere "pugnalato"? - è stata una cifra innegabile del suo "stile" di governo.
Uno "stile" che oggi gli si è ritorto contro.
Né lo hanno aiutato "i vecchi stregoni dalla barba bianca", come Giorgio Napolitano, Romano Prodi e Eugenio Scalfari, che gli suonavano il violino mentre lui marciava verso l’abisso.
È stato infatti un voto totalmente "politico" quello espresso da venti milioni di italiani.
Gli elettori hanno detto, quasi con un boato, che la nostra Costituzione non può essere cambiata con colpi di mano e riforme raffazzonate, scritte da una minoranza di governo, e con decisione calata dall’alto, quanto a tempi e forme della loro stessa attuazione.
Hanno detto, in altre parole, che nessuno può puntare una riforma costituzionale alla "gola" degli elettori, come se fosse un’arma contundente.
E poiché era stato lo stesso Renzi, in una perenne altalena di dichiarazioni contraddittorie, a minacciare sue dimissioni e uscite di scena in caso di sconfitta, il voto dice che gli italiani si sono espressi, contestualmente alla difesa della Costituzione, scaturita dalla Resistenza, anche per l’archiviazione del governo Renzi, scaturito dall’alleanza con Alfano e Verdini. È innegabile che gli italiani, nella scelta, abbiano dimostrato saggezza.
Ha poca importanza ricostruire il film di una campagna elettorale infinita, per attribuire ora, a ciascuna delle parti in campo quanto di "personalismo" ci ha messo di suo, avvelenando la contesa.
Renzi infatti era l’unico che, sin dall’inizio, per la figura istituzionale rivestita, aveva il dovere di non "personalizzare", pena l’apparire subito, agli occhi degli elettori, come il Gran Riformatore che in una mano teneva la bisaccia piena di "carote" ("abbasseremo i costi della politica"), nell’altra quella piena di "bastoni" ("se no me ne vado e l’Italia entra nel caos").
Tutto ciò ha finito, dall’altra parte, e quasi per una forma di autodifesa, con il mettere insieme la cosiddetta "accozzaglia" che da settimane scandalizzava Renzi e la sua "corte" replicante.
Ma non era forse "accozzaglia" la sua maggioranza di governo, impastata con transfughi del peggior berlusconismo?
Ma non era forse "accozzaglia" l’elenco di tre premier nominati, e del quale lo stesso Renzi si onorava beatamente di far parte, messi insieme dal Mago Napolitano pur di non richiamare il Paese alle urne?
E non era - e non è, tutt’ora - "accozzaglia", un PD che diventa perno centrale grazie a uno stratosferico e indecente premio di maggioranza?
E per finire, la foto dell’"accozzaglia" che passerà alla storia, non è forse quella dell’abbraccio fra lo stesso Renzi e Vincenzo De Luca, che per altro non gli ha "garantito" neanche la vittoria in Campania?
E vogliamo dirla tutta: non avrebbe forse giovato a Renzi, più di una intera campagna elettorale spesa nella contemporanea presenza su tutte le tv private e di Stato, una bella foto che lo ritraesse abbracciato a Nino Di Matteo, il P.M. che indaga sulla trattativa fra Stato e Mafia, e del quale, invece, dal giorno del suo insediamento si è sempre ben guardato dal profferire il nome?
La gente ha occhi, guarda e vede. E ha orecchie, sente e ascolta.
Ultima considerazione: se gli italiani fossero stati convinti della bontà dell’azione del governo in questi anni, forse ci sarebbe stato quel "testa a testa" fra Si e No che Renzi ha creduto di intravedere nelle ultime ore quando ha dichiarato che si profilava una "rimonta bestiale". Ma - evidentemente - anche di questo gli italiani erano insoddisfatti.
E adesso?
La Grande Avventura è finita. Il locale chiude.
Grandi Giornali e Grandi TV hanno già tirato fuori dal guardaroba l’abito di riserva. E quante lezioni di "politologia" impartiranno ora al povero Renzi! E come gli toglieranno quel microfono che in campagna elettorale gli avevano invece appiccicato sotto le labbra!
E si profila un orizzonte turbolento, con leggi elettorali da rifare ex novo, e con pronunce in arrivo della Corte Costituzionale.
Matteo Renzi ha anticipato che "mi dimetterò nel pomeriggio". E ha chiamato i vincitori del no ad assumersi "onori e oneri" che derivano dalla loro vittoria. Ma non ha mai detto che lascia il campo. Non è un aspetto trascurabile.
I 5 Stelle e la Lega chiedono elezioni rapidissime, "Forza Italia" e Berlusconi sembrano tiepidi.
Tutti chiamano in causa il capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Noi siamo convinti che Renzi, in cuor suo, stia accarezzando l’idea di usare la sua maggioranza di "renziani", che nominalmente oggi compone il PD, per dar vita a un Vietnam parlamentare che mandi in pezzi, alla prima occasione utile, l’"accozzaglia" che lo ha sconfitto. Si vedrà.
Ma la domanda è: le Boschi, gli Zanda, i Guerini, i Rosato, i Lotti, i Nardella, gli Orfini, le Serracchiani, le Madia, eccetera, eccetera, quanto avranno voglia di restare avvinghiati ai propositi futuri di Matteo Renzi? Che faranno, ritrovandosi improvvisamente senza "dante causa"?
Siamo sicuri che non assisteremo a grandi "transumanze" come quelle dell’era berlusconiana?
Anche per ciò la missione alla quale è chiamato il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, si presenta assai ardua.
Un Renzi - bis (con il teatrino delle dimissioni presentate e respinte) significherebbe mettere un dito negli occhi degli italiani che hanno appena votato.
Un Renzi che continua a dare le carte, designando il suo successore, in vista di un blitz casereccio in casa PD, significherebbe mettere un dito nell’occhio di quelle forze politiche che ormai si sentono legittimate a governare.
E Mattarella sa benissimo di essere chiamato - di fronte a tutto il Paese - ad atti non formali che segnino sino in fondo la sua discontinuità rispetto al decennio del suo predecessore, Napolitano. È una forbice destinata inevitabilmente a divaricarsi.
Ma perché ciò sia possibile, è necessario che il Capo dello Stato, con tutta la sua autorevolezza e la sua persuasione, spieghi per bene a Renzi che chi lacera un paese - dividendone persino le famiglie, come hanno fatto spiritosamente notare giornali e tv -, è bene, e salutare, che esca di scena. Almeno per un certo periodo. Poi si comincerà a ragionare.

Foto © Ansa

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La rubrica di Saverio Lodato

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