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Sergio Mattarella a Nino Di Matteo: Vai via da Palermo!

di matteo verticale c paolo bassaniE giornali e tv fanno finta di nulla
di Saverio Lodato
E’ accaduto qualcosa di molto grave. Lo Stato pare si sia accorto che Nino Di Matteo rischia la vita. Deve esserci qualcosa di vero nel progetto criminale che prevede, prima o poi, di fare saltare per aria Nino Di Matteo. La novità non è di poco conto.
E con quali conseguenze?
Dimenticare Palermo. Dimenticare il processo sulla Trattativa Stato-Mafia. Dimenticare i rospi che ha dovuto ingoiare essendosi trovato al centro, suo malgrado, di un gigantesco affaire che da anni emana un tanfo nauseabondo. Rimuovere, troncare e sopire: è quanto viene infatti oggi richiesto da massime cariche dello Stato al pm più minacciato d’Italia, più a rischio, più esposto. Il più mal visto dai vertici delle istituzioni, il più mal tollerato da una gran parte dei suoi colleghi, il più snobbato, ignorato, dileggiato dalla stragrande maggioranza dei media.
Nessuno, sinora, ha messo in evidenza che la richiesta a Di Matteo di appendere i guantoni, viene dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, nella sua qualità di presidente del CSM. I fatti sono noti. Per quanto possano esserli al grande pubblico, visto lo striminzito rilievo dato dai giornali a una notizia da loro considerata delicata, imbarazzante, di difficilissima gestione. In giro, su quest’argomento c’è tanta coscienza sporca.
Qualche giorno fa, il CSM ha convocato a Roma d’urgenza il magistrato che non si è mai rassegnato a far finta che in questi decenni la mafia abbia fatto tutta da sola. E senza tanti giri di parole, prima il vice presidente Giovanni Legnini, poi l’intera "Terza Commissione" gli hanno comunicato che è troppo rischioso che lui rimanga a Palermo. E si sono messi a disposizione per derogare a quei criteri interni che impedirebbero a Di Matteo, in questa fase, di andare a far parte della Procura nazionale antimafia, strappandogli infine l’impegno a decidere entro e non oltre un mese.
Apriamo una parentesi.
Da oltre 3 anni Di Matteo usufruisce per i suoi spostamenti di una scorta di "primo livello di protezione eccezionale". Le minacce di Totò Riina dal carcere di "Opera", durante amichevoli conversari in ora d’aria con un ceffo della Sacra Corona Unita, quando 'u zù Totò disse che gli avrebbe fatto fare "la fine del tonno", numerosissime analoghe informazioni provenienti da tanti pentiti, la segnalazione che perfino Matteo Messina Denaro, altro gaglioffo ancora in libertà, avrebbe dato il suo ok alla sentenza di morte, si sono cumulate nel tempo, rafforzando quel profilo di pericolosità del quale oggi si parla. Infine, si sono aggiunte le rivelazioni di Vito Galatolo, boss della famiglia dell’Acquasanta, che non ha fatto mistero dell’acquisto da parte delle cosche palermitane di 200 chili di tritolo con la causale: "eliminazione Di Matteo".
Questo scenario però non impedì allo stesso CSM, che convoca ora di gran carriera a Roma il pm, in ben due occasioni, di segare tutte le domande con le quali l’interessato chiedeva di entrare a far parte della Procura nazionale antimafia.
Ecco perché ci siamo permessi di ricordare che Sergio Mattarella è presidente del CSM. Abbiamo fortissimi dubbi infatti nel credere che questa accelerazione sia solo farina di quello stesso CSM che si comportò nel modo che abbiamo appena descritto. Con tutto il rispetto per il suo vicepresidente Legnini, non crediamo cioè che potesse impegnarsi con Di Matteo per un eventuale provvedimento di deroga che gli spianerebbe quella stessa strada che tanto pervicacemente lo stesso CSM gli aveva ostruito.
Mattarella non può non aver dato il suo via libera.  
Ma se le cose stanno così, ciò significa che la situazione della sicurezza, nonostante la scorta di tutto rispetto, si è aggravata, ove possibile, ancora di più.
Girano infatti strane voci circa l’esistenza di un’intercettazione ambientale, che risalirebbe a un po’ di tempo fa, finita fra le scartoffie senza che nessuno le avesse dato il giusto peso. Alcuni ceffi di mafia, molto noti però agli investigatori, si sarebbero vantati fra loro di avere spostato i fusti contenenti il tritolo per l’attentato in concomitanza con la "cantata" del Galatolo. Pura distrazione investigativa, è la giustificazione alquanto surreale. Ma potrebbe essere questa la spiegazione del fatto che il Capo dello Stato è entrato pesantemente in campo.
Ora non vorremmo essere nei panni di Nino Di Matteo.
Gli avvoltoi, quelli che detestano lui e il processo che rappresenta, stanno sul trespolo.
Se Di Matteo dovesse accogliere l’invito a lasciare Palermo, gli avvoltoi tirerebbero un respiro di sollievo accusandolo di "vigliaccheria"; di "abbandono" dei suoi colleghi Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia; di avere imbastito, anche se non da solo, un processo "boiata" - per citare l’insigne professor Giovanni Fiandaca -, che non stava né in cielo né in terra.
Se Di Matteo, viceversa, si ostinasse a rimanere, lo metterebbero in croce per reato di "protagonismo", per questo suo voler insistere in una caccia alle farfalle che già tanto è costata "a noi della collettività che paghiamo le tasse", magari perché esporrebbe a rischio la vita degli uomini della sua scorta.
Poi, qualche giornalista di buona plume, lo paragonerebbe - su questo dettaglio garantiamo noi - a Bartleby, lo scrivano di un racconto di Melville, che rispondeva al notaio nel cui studio lavorava, e che di lui non ne poteva più tanto da volerlo licenziare, con un laconico e più volte ripetuto: "Preferirei di no".
E’ in questa situazione che oggi si trova Di Matteo. Gli avvoltoi, che per ora come dicevamo stanno sul trespolo, cosa pensano in cuor loro?
Questo è chiaro. Che Di Matteo prima si toglie dai coglioni e meglio è.
Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia fa paura a molti. Tanto che sarebbero in molti a volergliela fare pagare al Di Matteo, magari facendolo a pezzi.  
Due verità lapalissiane che si integrano a meraviglia. Ma è questa sintonia di vedute che dovrebbe farci accapponare la pelle. E che ci fa anche un po’ schifo.

Foto © Paolo Bassani

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