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L'Antimafia non è una cosa seria

lodato saverio eff greQuel poveretto di Provenzano
di Saverio Lodato
I cognomi sono quelli di una volta, ossessivamente ripetitivi. Come fosse una iattura che si ripete nei decenni, incurante dei tempi che cambiano e degli aggiornamenti e aggiustamenti teorici di quanti non riescono a capire che la mafia può esistere anche senza uccidere. L'ultima lezione in tal senso viene dagli Stati Uniti. Nomi da araldica italo mafiosa finiscono sui giornali trent'anni dopo, per un mega blitz Fbi che riporta in cella una cinquantina di persone che si chiamano Gambino, Genovese, Bonanno, Lucchese.
New York e New Jersey, Connecticut, Massachusetts e Florida, le città e gli stati aggrediti dalla piovra. Non vengono contestati né omicidi né traffici di droga, ma usura, corruzione, racket del pizzo, reati che se commessi in America possono tenerti al fresco per decenni. L'avevano sbrigativamente chiamata la mafia dei nonnetti. Una mafia ormai pantofolaia, acciaccata, sconfitta, inesistente, soppiantata da feroci cartelli di altre nazionalità. E la favoletta si era propagata a macchia d'olio. Ma in America la lotta alla mafia è stata sempre una faccenda molto seria. Per gente seria. Prova ne sia che proprio negli States, Falcone e Borsellino avevano e hanno sia da vivi, sia da morti, i loro più ferventi ammiratori. Proprio perché erano considerati magistrati seri, anche se nati nel paese di Arlecchino e del mandolino. E la spiegazione è semplice.
Gli americani non dimenticano. Tengono d'occhio i nipoti dei nipoti, conoscono il detto siciliano "pei figli dei figli piantammo l'ulivo", se ne fanno un baffo delle fanfaluche degli "esperti" di casa nostra che un giorno sì e l'altro pure si svegliano per garantire al mondo intero che la mafia non c'è più. E che una commissione parlamentare d'inchiesta antimafia, e alquanto farlocca, chiama a deporre in pubbliche udienze.
Gli americani continuano a pedinare come se niente fosse, a intercettare, a spulciare nei conti bancari, senza essere minimamente sfiorati dal peloso garantismo italico che, se potesse, metterebbe dentro un bel museo l'intero armamentario investigativo faticosamente ottenuto dalle forze di polizia a seguito - e a prezzo - di stragi e grandi delitti.
Adesso sorge spontanea una domanda: cosa avrebbero fatto gli investigatori Fbi all'indomani della morte di Bernardo Provenzano considerato per mezzo secolo al vertice dell' oligarchia di Cosa nostra?
Si sarebbero lasciati impressionare dalle ciance avvocatizie e dal pianto greco di quanti indicavano nella detenzione di Provenzano una delle pagine più nere del nostro Stato di diritto? Avrebbero forse concesso il patentino di guida turistica ai figli del boss per guidare i turisti stranieri in Sicilia alla scoperta del "punto di vista" della mafia sulla storia di questi decenni insanguinati? Non avrebbero battuto ciglio se il loro presidente del Senato avesse allargato le braccia coram populo per dichiarare con mestizia che il boss dei boss, morendo, si era portato nella tomba segreti e chiavi del suo patrimonio miliardario? O avrebbero spalancato le porte della TV al figlio di Riina per la pubblicità del suo "libro"?
Questo, invece, accade da noi, nel paese di Arlecchino.
Nessuno che alza la voce. Nessuno che ribadisce per iscritto, tranne rarissime eccezioni, che anche una mafia che non spara va perseguita. Ci stava scappando dalla penna la parola "perseguitata", un po' come in America stanno letteralmente perseguitando, dal loro punto di vista, le famiglie dei Gambino, dei Genovese, dei Lucchese e dei Bonanno. Purtroppo la nostra lotta alla mafia non è seria come quella che fanno gli americani.
Noi trattiamo. Noi patteggiamo. Noi prendiamo tempo. Noi indietreggiamo di fronte ai santuari delle ricchezze occulte e dei capitali mafiosi. Noi diamo un colpo alla botte e uno al timpagno. Mettiamo alla gogna quei pubblici ministeri - il caso di Nino Di Matteo parla da solo - che non si piegano e non si tolgono il cappello di fronte ai Poteri apparentemente Occulti.
Il fatto è che noi, in Italia, stiamo continuando pei figli dei figli a piantare l'ulivo.

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La rubrica di
Saverio Lodato

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