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STATO-MAFIA, quegli anni di fuoco con Bolzoni

lodato bolzonidi Saverio Lodato
Giovanni Falcone non si fidava di molti poliziotti e di molti carabinieri, di uomini della Criminalpol, di funzionari del Sisde, dell’intero ambiente dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia, di suoi stessi colleghi. I giornalisti che in quegli anni lavoravano a Palermo lo sapevano benissimo. Era una circostanza pacifica e risaputa. Questa sua sfiducia fu il "fil rouge" del suo lavoro investigativo, e già da parecchi anni prima della strage di Capaci. C’è infatti un grumo nero di fatti, e di interpretazioni tendenziose di quei fatti, che andrebbero spiegati sino in fondo se si volesse davvero capire l’interminabile "antefatto" della sua esecuzione.


Solo per ricordare alcuni titoli di quel grande capitolo ancora oggi senza una risposta plausibile: l’arresto di Totuccio Contorno; gli anonimi del "Corvo"; il presunto rientro in Sicilia del pentito Tommaso Buscetta mentre era sotto protezione del governo americano; il prima il durante e il dopo del fallito attentato all’Addaura; le uccisioni degli agenti Emanuele Piazza e Antonio Agostino.
Solo ora abbiamo avuto modo di ascoltare l’intera registrazione dell’interrogatorio del collega Attilio Bolzoni di Repubblica (giornale per il quale scriveva all’epoca dei fatti e per il quale scrive ancora oggi) resa a Caltanissetta nel processo bis Madonia Salvatore e Altri per la strage di Capaci. E’ una testimonianza che, per la complessità dei temi trattati e la disponibilità a tutto campo a rispondere  alle domande del presidente Antonio Balsamo e del pubblico ministero Onelio Dodero, gli fa onore.
Conosco Bolzoni da una trentina d’anni, avendo iniziato insieme, quasi con le stesse date, le nostre "carriere parallele", scrivendo io, all’epoca di quei fatti, per l’Unità, giornale per il quale non scrivo più. Entrambi fummo arrestati insieme, nel marzo del 1988, per avere pubblicato i diari del sindaco Giuseppe Insalaco e i verbali di interrogatorio del pentito catanese Antonino Calderone, tutti coperti dal segreto. Entrambi raccogliemmo i clamorosi sfoghi, nell’estate di quello stesso anno, di Paolo Borsellino in quelle due distinte interviste che portarono poi alla messa sotto accusa del Csm proprio dello stesso Borsellino "reo" di aver denunciato (già allora) lo smantellamento dell’iniziativa antimafia. E innumerevoli furono le occasioni in cui lavorammo - come si dice - "a stretto contatto di gomito".
Inutile dire che non scrivevamo le stesse cose. Che non la pensavamo in maniera identica su tutto. E che, spesso, non mancarono fra noi screzi o animate divergenze di vedute sui tremendi fatti di quegli anni di cui ci ritrovammo ad occuparci. Ma il punto non è questo.
Il fatto è che Bolzoni, a Caltanissetta, ha rivelato di avere esaminato, a distanza di anni, con il suo collega Giuseppe D’Avanzo, prematuramente scomparso, e con il quale aveva diviso un ventennio di lavoro in comune, molti di quei fatti giungendo entrambi alla conclusione che "molte di quelle vicende non le avevamo ricostruite nella loro interezza e altre volte le avevamo ricostruite male". E ha palesemente avanzato il sospetto che "fonti" che in quegli anni apparivano loro "affidabili" col tempo tutto si sarebbero rivelate tranne che "affidabili".
Bolzoni non era tenuto a esternare queste pesanti riserve "a posteriori". E ha indicato alla corte che indaga sulla strage di Capaci nomi e ambienti che in quegli anni contribuirono al can-can della "disinformazione" attorno alla figura di Giovanni Falcone.
Ed è riuscito a farlo - impresa non facile - mantenendo il dovere del "segreto professionale" che non consente a un giornalista di fare i nomi delle sue fonti. Però, adesso, la corte di Caltanissetta dispone di un "navigatore" in più per districarsi in un labirinto che tale rimane ancora oggi.    
Naturalmente, questa deposizione non ha avuto grande rilievo nei media. E non l’ha avuto perché andare a fondo sui temi affrontati da Bolzoni (chi vuole può ascoltarli nella sua deposizione messa in rete da Radio Radicale che da anni, e meritoriamente, lascia quantomeno traccia verbale delle pagine più scandalose della storia d’Italia) significherebbe ripartire proprio da quel "fil rouge" della sfiducia che caratterizzò l’intero lavoro di Falcone.
Il che porterebbe come logica conclusione - ed è nostra opinione - all’affermazione che in Italia non è mai esistito uno Stato contrapposto alla Mafia, semmai uno Stato- Mafia e una Mafia- Stato che per oltre sessant’anni dialogarono - e dialogano - serenamente. E volendo dirla tutta, ci si ritroverebbe a dover fare i conti con i contenuti del processo, in corso a Palermo, sulla Trattativa Stato - Mafia. E il cerchio si chiuderebbe.
Ecco perché le parole di Attilio Bolzoni a Caltanissetta non sono state amplificate. Molti infatti hanno interesse a che il "labirinto", ancora oggi, rimanga tale.

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