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Signora Maria Falcone, non tocchi Giovanni

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di Saverio Lodato - 1° luglio 2015
Già che c’era, la signora Maria Falcone poteva portarsi la bara del fratello Giovanni sin dentro la Fondazione che da anni presiede proprio in nome del "caro estinto".
Abbiamo aspettato parecchio, prima di scrivere queste righe. E non avremmo voluto scriverle. Ma abbiamo aspettato perché si trattava di questione imbarazzante, delicata, in cui si intrecciano aspetti pubblici e privati, dolori di famiglia e dolori, non meno rispettabili, di un’intera comunità nazionale che si sente ancora offesa dalle stragi che piegarono la Sicilia, in primis quella di Capaci.
Nel frattempo, mentre noi indugiavamo, tanti colleghi ne hanno scritto, alcuni giornali ne hanno parlato, e il comune denominatore delle opinioni espresse è sempre stato di profondo sconcerto misto a incredulità. Non una sola voce si è levata a sostegno della scelta tanto calorosamente rivendicata dalla Signora Maria Falcone. Nessuno è riuscito a trovare un appiglio per cui si potesse dire che sì, ventitre anni dopo, i poveri resti del magistrato dilaniato dal tritolo andavano traslocati dal cimitero di Sant’Orsola per essere allocati nella Chiesa di San Domenico dove riposano i "siciliani illustri". Nessuno ha capito perché, seppur uniti dal tragico destino di una fine impietosa, Giovanni e Francesca andavano separati da una scelta post funeraria di mediocre eleganza e discutibilissima pietas. Chi ha scritto prima di noi ha osservato, a esempio, che Alfredo Morvillo, il fratello di Francesca, pur astenendosi dal commentare la vicenda ha preferito disertare la cerimonia della nuova tumulazione di Giovanni Falcone ventitre anni dopo. Non ci vuole molto a capire il perché.

La salma, poi, è stata traslata in gran segreto, affinché l’opinione pubblica sapesse a cose fatte, sebbene con apposito decreto in Gazzetta Ufficiale la decisione era stata platealmente annunciata.
Una brutta storia. Scaturita da un’ottica, ancora una volta, che a molti fa apparire l’antimafia come una questione privata che ognuno gestisce a modo suo, in nome del proprio tornaconto d’immagine personale. Non fermandosi neanche di fronte a quell’eterno riposo che è l’unico diritto che noi mortali possiamo riconoscere e garantire ai defunti.  
Forse, vagamente infastidita, la signora Maria Falcone ha pensato bene di cavarsela con questa dichiarazione: "La traslazione delle spoglie di mio fratello Giovanni è un’azione coerente con gli obbiettivi della Fondazione, cioè privilegiare la dimensione pubblica del magistrato". Non una parola su Francesca Morvillo abbandonata al suo destino.
Rispettavamo e rispetteremo sempre Giovanni Falcone. Che fosse un "siciliano illustre" non lo certifica l’indirizzo scelto per il suo loculo considerato più "illustre" di quello precedente. E le Fondazioni, pubblicamente finanziate per diffondere fra i giovani i valori della lotta alla mafia, non possono essere adoperate come paravento da nessuno, neanche dai più stretti parenti di "tantissimi" - purtroppo - "siciliani illustri".

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