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In ricordo di Giuseppe Fava

fava-giuseppe-web9di Saverio Lodato - 5 gennaio 2014
In occasione dello spettacolo dell'attrice Stefania Mulè, dedicato a Giuseppe Fava e a tutte le vittime della mafia.
Non ebbi modo di conoscere Giuseppe Fava. Ma il suo libro, “I Siciliani”, rappresentò per me, che iniziavo a intraprendere l’attività giornalistica, un testo guida che lessi e rilessi più volte, affascinato dalla capacità di una denuncia sociale e politica che andava di pari passo con l’alto profilo letterario presente in ogni pagina. Quel libro, andrebbe riletto. Non si era ancora scatenata l’escalation di sangue, l’aggressione agli uomini simbolo (magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, uomini politici e imprenditori), che per la prima volta, dopo oltre un secolo, rompevano con omertà e convivenza. Erano, insomma, gli anni in cui della mafia veniva persino negata l’esistenza o, da qualche mente più illuminata delle altre, considerata espressione di una “questione regionale” di difficile gestione, “problema siciliano” di ordine pubblico, ma, anche per le stesse menti più illuminate, niente di più. Poi, nel volgere di un brevissimo lasso di tempo, tutto cambiò. Fu come se Fava avesse previsto tutto. Per questo, il libro “I Siciliani” andrebbe riletto oggi.
Ma anche per Fava, che di quegli uomini simbolo non più disposti ai compromessi rappresentava uno dei più lucidi “apripista”, venne rapidamente l’ora del piombo e della fine. Che accadde, allora?
Solo in due grandi stagioni, la mafia assurse alle dimensioni di grande “questione nazionale”.

Innanzitutto, con l’epopea del “pool antimafia” di Palermo. Con Falcone, Borsellino e Caponnetto, a voler citare solo i nomi che più fecero breccia nel cuore degli italiani. Con il “maxi processo”, che portò alla sbarra, avviandole a sicura condanna, cinquecento famiglie siciliane dell’eroina e del delitto. E, successivamente, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, con una rivolta morale che non risparmiò alcun lembo d’Italia perché ormai si era capito che la mafia tutto era tranne che una questione “regionale”, un “problema siciliano” di ordine pubblico. E furono gli anni di Caselli a Palermo.
Sia nel primo, sia nel secondo caso, sulle emozioni, sui sentimenti, sulla rivolta finalmente “etica” e “civile”, ebbe il sopravvento la “ragion di Stato” che con quella mafia, nonostante tutto, trovava ancora possibili ragioni di convivenza, di intesa, di dialogo.  
E siamo a oggi.
A cose che sappiamo. A polemiche degli ultimi due anni. A una rivolta sociale che stenta ormai a far sentire la sua voce. A una delicatissima inchiesta, che è diventata processo, sulla trattativa fra lo Stato e la Mafia che le istituzioni italiane vedono come fumo negli occhi. Chissà mai perché.
E alle minacce di morte a Nino Di Matteo, titolare, insieme ad altri magistrati coraggiosi quanto lui, di quell’inchiesta. Volendo sintetizzare, diremmo che, proprio come ai tempi in cui Giuseppe Fava scriveva quasi da cavaliere solitario, la mafia – e sappiamo ormai quanto sia inadatta questa definizione - è tornata a essere “questione regionale”, “micro questione” sociale, sulla quale grandi firme da un tanto al chilo, politici di ventura e statisti in saecula saeculorum non mettono in conto di schierarsi.
Direte: ma il Capo dello Stato non rappresenta la massima carica nazionale? Giusto. Ma se la mafia è tornata a essere “questione regionale” e nulla più, lo si deve innanzitutto a Giorgio Napolitano, che pretende che i riflettori restino spenti. Proprio il contrario di ciò che voleva, oltre trent’anni fa, Giuseppe Fava.
E infine.
Che avrebbe detto e scritto, Giuseppe Fava, di un capo dello Stato che nel suo discorso di fine anno ai cittadini - da lui chiamati, voce dal sen fuggita, “ascoltatrici” e “ascoltatori” - non ha sentito il soprassalto morale di pronunciare la parola “mafia”, e di sprecarne un'altra a solidarietà di Di Matteo e di tutti quelli che si trovano nella sue condizioni?
Possiamo solo immaginarlo.

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