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Salvatore Borsellino

'Di Matteo, non permetteremo che si ripeta la storia di Falcone e Borsellino'

borsellino-salvatore-bigdi Salvatore Borsellino - 2 aprile 2013
Temevo che si sarebbe arrivato a questo, lo temevo, ma adesso che è avvenuto sono assalito da un senso di nausea. Avevo sperato che le cose potessero prendere un corso diverso, lo avevo sperato quando avevo visto nell'aula bunker di Palermo Mancino seduto sul banco degli imputati, chiamato a rendere conto del suo silenzio, delle sue menzogne, della sua assurda pretesa di volere mettere una sua misera, pretesa verità a fronte di una testimonianza non smentibile quella di Paolo Borsellino.

Una testimonianza scritta a penna sulla sua agenda grigia ma con la stessa forza di una verità incisa sulla pietra. "1° luglio, 18:30, Mancino".
Pretesa verità, sicura menzogna per continuare a sostenere la quale ha dovuto arrivare ad asserire quanto di meno possibile si possa concepire.
Un cittadino italiano, non uno qualsiasi, ma un ministro dell'interno che 57 giorni dopo l'assassinio di Giovanni Falcone non conosce la fisionomia di Paolo Borsellino, il magistrato simbolo della lotta alla mafia, il magistrato che solo avrebbe potuto ricoprire l'incarico che era costato la vita, ancora prima di assumerlo, a Giovanni Falcone.
Ma era solo un'illusione, le complicità che per venti anni hanno mantenuto in piedi la scellerata congiunta del silenzio sulla trattativa che ha accelerato la condanna a morte di Paolo Borsellino, stavano solo affilando le armi, preparando il veleno.
Così 10 giorni fa, è arrivato puntuale a destinazione la freccia avvelenata.
Si è mosso direttamente il Procuratore Generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, per promuovere un'azione disciplinare nei confronti di Nino Di Matteo utilizzando l'arma da poco confezionata attraverso il ricorso alla Consulta dal Capo dello Stato e la successiva sentenza della Corte Costituzionale.
E' stata sancito su sollecitazione dell'interessato, un principio non contenuto nella Costituzione: "LA LEGGE NON E' EGUALE PER TUTTI", il Presidente della Repubblica non è soggetto alle leggi ed una casuale intercettazione di questa nuova figura di sovrano assoluto deve essere immediatamente distrutta anche qualora dovesse contenere elementi che possano essere utilizzati a propria difesa da un imputato in un procedimento giudiziario.
Il diritto alla riservatezza del capo dello stato è prevalente sul diritto alla difesa di un comune cittadino.
Ed utilizzando questa sentenza si accusa Di Matteo di avere leso tale diritto alla riservatezza per avere "indirettamente" ammesso l'esistenza di telefonate del capo dello Stato casualmente intercettato in colloquio con un indagato, proprio quel Nicola Mancino che poi verrà incriminato per falsa testimonianza al processo per "Attentato al corpo politico dello Stato" attualmente in corso a Palermo.
Che l'accusa sia assolutamente capziosa lo si desume dal fatto che Di Matteo rispondeva ad una precisa domanda di un giornalista sull'esistenza di quelle intercettazioni di cui avevano già dato notizia sia il settimanale Panorama sia Il Fatto Quotidiano.
Ma poco importa, quello che si voleva ottenere era intimidire Di Matteo ed isolarlo e se il primo obiettivo non è stato raggiunto perchè Di Matteo è un magistrato con la schiena veramente dritta come pochi ne abbiamo in Italia il secondo obiettivo ha avuto il suo effetto e oggi se ne vedono le conseguenze.
Non sono bastati gli esempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, isolati, calunniati, non sostenuti anzi avversati dalla maggioranza degli altri magistrati e infine lasciati uccidere senza, nella migliore delle ipotesi, assicuragli una adeguata protezione ed ignorando i preavvisi di morte che più volte gli erano pervenuti.
Non sono bastati, la storia si ripete e puntuale arriva anche per Di Matteo un avvertimento di morte, il più grave tra quelli fino ad oggi pervenuti.
Tutto è troppo simile a quanto avvenuto prima delle stragi del '92 e lo dice, come monito, la stessa missiva che non è scritta da mano mafiosa ma di chi della mafia si è sempre servito:
Amici romani di Matteo Messina Denaro hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa Nostra ha dato il suo assenso".
Gli "amici romani" sappiamo chi sono, gli stessi che hanno condotto una scellerata trattativa mafia-Stato e quelli che su questa trattativa hanno mantenuto una congiura del silenzio durata venti anni.
La confusione istituzionale è eguale se non superiore a quella di quegli anni tragici e anche in questa occasione c'è da eleggere un nuovo presidente della Repubblica.
Non dobbiamo permettere che la storia si ripeta.
Il nostro paese non ha bisogno di martiri. Il nostro paese ha bisogno di magistrati vivi e non di magistrati qualsiasi ma di magistrati veri, di magistrati come Nino Di Matteo.

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