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Nicola Tranfaglia

La logica del ricatto, Arlacchi e il '92

di Nicola Tranfaglia
“Immediatamente dopo i fatti di Firenze, avevamo la certezza che la matrice delle bombe per le stragi di Capaci e di via D'Amelio fossero di origine mafiosa”. E' così che il sociologo Pino Arlacchi, consulente della Dia nel '92 e nel '93, ha iniziato la propria deposizione al processo davanti all'Assise di Palermo sulla trattativa tra Mafia e Stato. La deposizione è stata chiesta dalla difesa dell'ex ministro dell'Interno Mancino. Il testimone ha ricordato quelle che erano le analisi sulle coperture politiche delle mafie: "Avevamo una mappa precisa sulle protezioni di cui fruiva Cosa Nostra che, sia a livello locale che nazionale con la scoperta via via di questi punti, è costata la vita di tanti. Partendo dal ruolo dei cugini Nino e Ignazio Salvo, come asse portante dei rapporti tra la mafia e il mondo politico nazionale e con l'economia nazionale che costò la vita al consigliere istruttore Rocco Chinnici. Poi c'era una parte dei servizi di sicurezza che non era solo deviata. Erano profondamente inquinati e mi riferisco al ruolo volta al riguardo da Bruno Contrada con la sua doppia veste di poliziotto e di alto funzionario del SISDE”.
Ad alimentare i sospetti le regolari attività di depistaggio e la nullificazione di indagini importanti. “Falcone sospettava addirittura che Contrada fosse dietro all'attentato contro la sua villa dell'Addaura. Poi c'era il pilastro della Cassazione con il giudice Corrado Carnevale che con le sue sentenze annullava l'intero lavoro di anni di investigazione. E al vertice della piramide c'era l'onorevole Giulio Andreotti”.
Tra le figure opache del tempo, secondo Arlacchi del quale si ricorda soprattutto l'intuizione negli anni Sessanta di una "mafia imprenditrice”, c'era anche il capo della polizia Vincenzo Parisi."Era un personaggio del passato ed era stato dirigente del Sisde ed ha sempre difeso Bruno Contrada”. E' difficile capire oggi quale fosse il ruolo di Parisi che "in quel momento interveniva continuamente sui media. Un capo della polizia avrebbe dovuto essere autorizzato dal consiglio dei ministri ma di fatto Parisi godeva di una certa liberà di azione anche perché il potere politico italiano era senza dubbio in difficoltà”.
Arlacchi ha ricordato anche che Parisi aveva una posizione oscillante sull'articolo 41 bis e questo lo aveva sottolineato anche il capo del DAP Nicolò Amato. "Inizialmente era favorevole ma poi riteneva utile un alleggerimento. Parisi era favorevole all'alleggerimento perché temeva reazioni terroristiche da parte della mafia. Sembrava quella la sua motivazione principale. "
“Su Scotti e Mancino non avevamo nulla da dire - ha proseguito Arlacchi - Hanno sempre fatto il loro dovere e hanno sempre accolto e fatto tutto ciò che da noi proveniva. Per noi mi riferisco anche a Giovanni Falcone con il quale elaborammo il progetto della Procura nazionale Antimafia. Sapevamo che c'era uno scontro con il gruppo andreottiano. L'avvicendamento di Scotti con Mancino lo avevamo vissuto con preoccupazione mentre Martelli fu confermato al Ministero di Grazia e di Giustizia. Lo dissi a Scotti qualche giorno prima della sua nomina a ministro degli Esteri che, secondo me, non era quella la sua materia. Lui non voleva rinunciare alla sua condizione di parlamentare perché i ministri, a suo avviso, dovevano essere parlamentari protetti dall'immunità di fronte alla giustizia”.
Rispetto all'analisi svolte con Giovanni Falcone, l'ex europarlamentare ha ricordato anche quelle svolte immediatamente dopo la morte di Lima quando Falcone gli disse: "Disse che si apriva una nuova fase e che non sarebbe finita qui”. E poi aggiunse: “Vi rendete conto che sono un cadavere che cammina? Sapevamo che dentro Cosa Nostra stava cambiando tutto.”
Arlacchi ha anche dichiarato di aver appreso in ambiti investigativi delle interlocuzioni tra Mori e Ciancimino:"Si sapeva del tentativo di Mori con Vito Ciancimino per arrivare a qualche risultato. Noi non ritenevamo questo tentativo importante, anzi era controproducente perché significava offrire al mafioso una possibilità di rientrare nella sfera del potere. Quella iniziativa era eccentrica e Mori era ritenuto come un personaggio ambiguo di cui non ci si poteva fidare. Mori era ritenuto un personaggio ambiguo del quale non ci poteva fidare."
Il teste ha spiegato che proprio il 41 bis era una delle principali preoccupazioni di Cosa Nostra. Noi della Dia temevamo che lo Stato cedesse a un ricatto e la preoccupazione era legittima. Tra i 300 41 bis revocati dal ministro Conso nel '93 c'erano boss e killer di prima grandezza come i capi-mandamento Antonino Geraci senior, Vito Vitale e Giuseppe Vitale.

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