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Nicola Tranfaglia

La 'Ndrangheta e i giovani

tranfaglia nicola web10di Nicola Tranfaglia
Giuseppe è un boss della ‘Ndrangheta calabrese ed è in carcere all'articolo 41 bis. Sta scontando una pena di diciotto anni per associazione mafiosa e in primo grado è stato condannato all'ergastolo per omicidio. Forse, se la condanna sarà confermata, non uscirà più dal carcere e non potrà mai più riabbracciare suo figlio che adesso ha dodici anni. Ha voluto scrivere una lettera a Roberto Di Bella, presidente del Tribunale di Reggio (53 anni) che gli ‘ndranghetisti temono perché quattro anni fa si è messo in testa (come prevede peraltro la legge) di togliere loro i figli per sottrarli al contesto mafioso in cui sono destinati a crescere.
"Scrivo da padre - ha scritto - un padre che soffre per il proprio figlio, per tutta la situazione familiare. Solo allontanandolo da questo ambiente, il mio bambino avrà un futuro migliore. Se avessi avuto io le stesse possibilità, forse non sarei dove sono ora.
Decida lei e stia tranquillo che, dato il mio passato e presente, non farei mai qualcosa che possa influire o danneggiare la vita di mio figlio. Io voglio soltanto il suo bene e mi impegnerò con tutte le mie forze a rispettare le prescrizioni che mi impartirà per il futuro”.
Sul tavolo del presidente Di Bella ci sono altre lettere. Quella, per esempio, di una madre che vive da quattro anni, insieme al figlio di undici anni, fuori dalla Calabria. Anche lei allontanata proprio da quel tribunale. E poi quella di una ragazza di 14 anni con i genitori in carcere per associazione mafiosa che, dopo aver in un primo tempo in carcere rifiutato di allontanarsi dal suo paese nella  Locride, adesso ringrazia e scrive: "Non ritornerò mai più in Calabria”. Oltre alle lettere dal carcere dei mammasantissima, tante mogli e madri bussano alla porta di Di Bella chiedendo aiuto. E persino i ragazzini che hanno trovato una nuova vita in una famiglia adottiva sentono il bisogno di una ringraziare quei giudici che hanno dato loro un'altra possibilità. Ecco le loro voci: "Gentilissimo presidente, io e mio figlio, auguriamo a lei e alla sua famiglia  un Santo Natale di pace e serenità e un nuovo anno ricco di soddisfazioni. Ogni volta che guardo negli occhi il mio bambino e leggo la sua gioia nel trovarsi in questa città dove tutto lo rende felice. Per questo non finirò mai di ringraziarvi. Il bambino è sereno e i suoi voti sono alti, si impegna molto nello studio e spero che che un domani anche Lei possa essere orgoglioso di lui. Sono contenta della scelta che ho fatto anche se i sacrifici non mancano. Io e mio figlio siamo in compagnia di persone affettuose, lontane da quel modo di prima e abbiamo incontrato una famiglia speciale che ci aiuta e con cui passeremo il Natale. Presidente, grazie di tutto. Ringrazio Dio per avervi messo sulla nostra strada”.
Maria (ma non è il suo vero nome) adesso ha 14 anni, il padre ‘ndranghetista è in carcere dove è finita anche la madre. Due anni fa su disposizione del Tribunale dei minori ha lasciato il suo paese in Calabria e adesso vive presso un'altra famiglia nel Nord Italia. “Quando il poliziotto che l'ha accompagnata, ha fatto la relazione - ha detto il giudice - si scriveva che Maria non voleva andare via, voleva restare nel suo paese. E' stato un racconto drammatico. Per me e per gli altri colleghi del Tribunale e della Procura sono momenti di vera sofferenza con un costo emotivo non indifferente. Noi non siamo contro le famiglie, noi vogliamo soltanto aiutarle e aiutare i loro figli”. A Natale Maria ha scritto a Di Bella questa lettera: “Gentile presidente, dove sono ora ho iniziato un'altra vita sono rinata. Sono molto affezionata alla famiglia cui voi mi avete affidata. Mi vogliono bene e mi danno tutto l'affetto possibile. Mi piace studiare. A scuola mi trovo bene e anche con le mie  nuove amiche. Non voglio più tornare in Calabria. All'inizio è stata dura ma ora sono felice. Grazie”.
Anche il garante dell'infanzia di Reggio Calabria, Antonio Marziale, ha riconosciuto che si tratta di “un esperimento che ha polarizzato l'attenzione di tutto il mondo e che nello stesso tempo sta registrando notevole successo”. Ma i boss della ndrangheta continuano a criticare  l'opera del Tribunale dei minori che agisce in sintonia con la procura e la direzione distrettuale antimafia di Reggio. Qualcuno ha scritto a Di Bella: “Tutti hanno figli. Ho passato tutta la vita in carcere e non ho nulla da perdere. Chi vuole intendere intenda”.

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