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Nicola Tranfaglia

Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi

di Nicola Tranfaglia
La strage di piazza Fontana fu la conseguenza di un grave attentato compiuto a Milano il 21 dicembre 1969 alle 16.37 con una bomba, carica di sette chili di tritolo  in quella fredda giornata di inverno. Da molti è stata considerata la “madre di tutte le stragi” dei vent’anni che hanno percorso la penisola- quasi senza interruzione- nel tempo che è intercorso tra quel momento e la conclusione del ventesimo secolo.  La strage della banca dell’Agricoltura non fu la più atroce tra quelle che hanno insanguinato l’Italia ma fu una sorta di freccia avvelenata che colpì la società italiana perché diede avvio al periodo stragista con simil gesti di fredda ferocia. I morti furono 17, i feriti 88. Entrarono nella società italiana tossici che,una volta entrati in circolo.  il Paese non riusci’ più a liberarsene.  Quei tossici attizzarono aspre polemiche e alimentarono a modo loro la pianta di terrorismi di vario colore.

Le indagini si succederanno negli anni con imputazioni a carico in un primo tempo di anarchici e in seguito di neofascisti e alla fine gli imputati sono stati condannati per stragi ma in certi casi assolti o usufruiranno di prescrizioni evitando di scontare ogni pena. In contemporanea quel giorno scoppiarono altre bombe,provocando nella capitale 16 feriti a Roma:uno alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due all’Altare della Patria alla fine di via Nazionale. Da Milano il prefetto Libero Mazza, su circolazione dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale avvertì il presidente del Consiglio dei Ministri Mariano Rumor: “L’ipotesi più attendibile che deve formularsi autorizza le indagini verso gruppi anarcoidi. “. La sera stessa della strage il giornalista Indro Montanelli, intervistato da Tv 7, espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici di anarchici e vent’anni dopo ribadì quella tesi affermando:” Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie regioni :prima di tutto forse ,per una specie di istinto, di intuizione, poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano.

L’anarchico spara al bersaglio simbolico del potere e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato evidentemente, non era di marca anarchica, anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che  usurpava la categoria la qualifica di anarchico ma non apparteneva certamente alla vera categoria che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa…” Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana in piazza della Scala. La borsa fu recuperata ma l’ordigno fu fatto brillare dagli artificieri la sera stessa. Una terza bomba esplode a Roma alle 16.55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via San Basilio. Altre due bombe esplodono a Roma tra le 17.20 e le 17.30, una davanti all’Altare della Patria e un’altra all’ingresso del Museo Centrale del Risorgimento in Piazza Venezia,con un totale di 16 persone ferite. Si contarono in quel tragico dodici dicembre cinque attentati terroristici concentrati  in un lasso di tempo di appena 53 minuti e si colpirono contemporaneamente le due maggiori città d’Italia:Roma e Milano.

La vicenda è tuttora oggetto di diverse interpretazioni sia perchè si è affermata negli anni successivi la tesi di una “strategia della tensione” che forze di destra hanno perseguito a volte con la complicità di una parte dei servizi di sicurezza (cfr. al riguardo N.Tranfaglia. Un capitolo del doppio Stato. La stagione delle stragi e dei terrorismi 1969-1985 in STORIA DELL’ITALIA REPUBBLICANA Torino, Einaudi,1997,volume III,1 e III,2 ,p.5-63, ndr) e in seguito si scrisse anche di una “strage di Stato” per il peso determinante dell’intervento della politica nella nascita e più in generale delle vicende dei terrorismi nel nostro Paese. Giuseppe Pinelli si gettò dagli uffici del tribunale di Milano. In un primo tempo si disse perché era stato dimostrata la sua partecipazione alla strage ma questa versione fu smentita dai giudici e l’alibi di Pinelli si rivelò credibile e successivamente, nel 1971, il commissario di Pubblica Sicurezza Luigi Calabresi fu imputato dalla Procura di Milano per una denuncia della vedova di Pinelli contro di lui,il commissario Antonino Allegra(capo dell’Ufficio Politico della Questura milanese) e i funzionari Lo Strano, Caracuda ,Mainardi e Mucilli. Il 17 maggio 1972 il commissario Calabresi venne a sua volta assassinato da militanti di estrema sinistra, membri del gruppo extraparlamentare di Lotta continua. Dopo altri  25 anni e un complicato iter processuale lungo e complicato sono stati condannati in via definitiva Ovidio Bompressi quale autore materiale e Giorgio Pietrostefani e Gianni Sofri in qualità di mandanti. Leonardo Marino,militante di Lotta continua, diventato dopo l’arresto collaboratore di giustizia, il reato fu dichiarato prescritto.

In indagini successivi vennero individuati altri personaggi che,secondo voci rimaste tali, avrebbero avuto rapporti con la strage di piazza Fontana come Antonio Sottosanti,noto come “nino il fascista” e Guido Giannettini qualificato come “agente Zeta” e indicato da uomini politici importanti come l’on. Giulio Andreotti,sette volte presidente del Consiglio,come agente del “Sid”.

Tratto da: articolo21.org

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